Francesco Rutelli, vicepremier con delega al Turismo e ministro dei Beni culturali, incarna un paradosso difficile di soluzione potenzialmente felice. La cultura italiana in generale e il suo dicastero in particolare sono finanziariamente "in mutande". La risorsa extraministeriale su cui si può puntare è il turismo culturale, quello che Rutelli stesso ha definito, con ironia, turismo «in bermuda». E bisogna contrastare il rischio che la cultura, in Italia, diventi "balneare", trasformando un museo in un affollato litorale, una mostra in una giostra, un festival in una festa. Quel «beneculturalismo» contro cui si è scagliato Salvatore Settis, insigne storico dell'arte scelto da Rutelli quale presidente del Consiglio superiore per i Beni culturali. Per «beneculturalismo» intendendo la deriva del patrimonio storico-artistico verso un approdo politico- economico o tecnico-scientifico dei beni culturali. Devono essere beni di largo consumo, certo, ma senza esporsi troppo all'usura e alla svalutazione o, peggio ancora, alla vera e propria cessione patrimoniale, come Settis scriveva allarmato in "Italia spa". La critica è sembrata estendibile anche alla vocazione festivaliera cui si sono votate molte città come Roma, per il cinema, e Torino, per i libri. Rutelli, piuttosto, è intenzionato a portare alla ribalta anche la dimensione più comunale, artigianale e sostenibile dei beni culturali italiani diffusi per il paese. Il suo programma per i Beni culturali è stato presentato ieri alla Commissione presso Montecitorio. Le linee portanti sono tre: apertura al finanziamento privato senza però ridurre quello pubblico; riorganizzazione del ministero a ogni livello: dallo svecchiamento del personale con nuovi concorsi, alla semplificazione di competenze sovrapposte; portare la cultura sempre più al centro del turismo, evitando che avvenga il contrario. «Bisogna uscire dal "triangolo dei bermuda" - ha detto ieri Rutelli - quello che fa capo al Colosseo a Roma, agli Uffizi a Firenze e a San Marco a Venezia. E' necessario conoscere l'Italia dei mille borghi, delle produzioni tipiche che meritano di essere conosciute e tutelate». E appunto qui starebbe la possibile soluzione al paradosso rutelliano, una soluzione borghigiana e local, per controbilanciare, con un pieno di qualità e radicamento nel territorio, le grandi offerte culturali di massa, accentrate nella grandi città, di carattere global, come le mostre su Caravaggio, esportabili in tutto il mondo, come la pasta. Il catalizzatore, per Rutelli, può essere il turismo. Per questo ha ceduto volentieri la delega per lo sport, mentre ha fortemente voluto e ottenuto da Romano Prodi quella per il turismo. Settore dove la competenza è soprattutto regionale, su cui Rutelli vuole invece affermare un principio di "interesse nazionale". Quello stesso che anima la battaglia per Palazzo Barberini, da sottrarre al circolo Ufficiali delle Forze armate. Che fa da pendant con il recupero della Domus Aurea e il Maxxi, sempre a Roma. La cultura va sottratta ai circoli e messa a disposizione di tutti. Ma non può essere gratuita, come vorrebbero i facoltosi libertari del "bello pubblico" come Vittorio Sgarbi. Per Rutelli i musei possono essere gratis solo per bambini, anziani e portatori di handicap. Nei confronti del Codice Urbani, che ha riordinato la normativa di settore, Rutelli ministro non si comporterà come l'Opus Dei verso il Codice da Vinci, nessuna censura. Va riorganizzato e migliorato, ma senza stravolgimenti. Settis stesso considera quel codice buono al 90. Piuttosto, a Rutelli tocca districare lo «gnommero» gaddiano di Arcus, la società, voluta da Urbani nel 2004, per sostenere progetti innovativi legati al mondo della cultura. Il capitale è interamente sottoscritto dal ministero dell'Economia e l'operatività è spartita tra i Beni le Attività Culturali, le Infrastrutture e i Trasporti. Rutelli, oltre a metter mano ai vertici assai controversi, può sicuramente ridurre la dispersione dei finanziamenti aumentando il controllo del dicastero su Arcus. Sempre in ambito economico-finanziario, Rutelli incontrerà lunedì il ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa, profeta di una linea di austerità ministeriale che mal si concilia con un dicastero messo pesantemente a dieta dall'ultima legislatura. Gli chiederà di favorire l'insediamento di una commissione tecnica per il riordino degli incentivi alla Cultura, la defiscalizzazione e il sostegno alle sponsorizzazioni private (in Italia i privati non possono fare piccole donazioni, mentre negli Usa esse sono la struttura portante del mecenatismo culturale). Intanto, dimostrando di aver recepito la linea di Padoa Schioppa, ha annunciato tagli al Fondo unico per lo spettacolo (Fus). Oggi, intanto, incontrerà la stampa estera, a Santi Apostoli, da dove partirà una navetta per un sito archeologico scoperto di recente e non ancora reso pubblico. Un po' di situazionismo ministeriale, evidentemente, non guasta. Ma sarà soprattutto l'occasione per parlare della "politica estera" di Rutelli, che proprio domani dovrebbe incontrare il direttore del Getty Museum di Malibù, museo americano al centro dell'ennesimo caso di beni italiani acquisiti illegalmente. Sulla fuga dei beni all'estero, e sul loro eventuale ritorno, Rutelli sembra orientato per una rigidità di principio, ma una flessibilità all'atto pratico. Nessuna cessione, ma qualche concessione sì. Le opere italiane potranno rimanere, almeno per un po', all'estero, a patto che vengano riconosciute come proprietà dello stato italiano e in caso di qualche contropartita. Da tradursi in spazi e occasioni di visibilità perla cultura "made in italy".
Il popolo dei bermuda per un ministero in mutande
Il ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, ha presentato un programma per il suo dicastero che mira a contrastare il rischio che la cultura italiana diventi "balneare" e a promuovere la cultura di massa. Il programma prevede di aprire al finanziamento privato senza ridurre quello pubblico, di riorganizzare il ministero e di portare la cultura al centro del turismo. Rutelli vuole evitare che la cultura diventi un bene di largo consumo e che vengano ceduti alla svalutazione o alla cessione patrimoniale. Invece, vuole promuovere la cultura di massa, ma con un approccio più sostenibile e locale.
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