Dinamico spazio culturale vero elemento di appartenenza Seminario di Storia all'arte con i professori Aceto e Caglioti Il Castello di Spadafora riapre le sue sale grazie al patrocinio della Sovrintendenza e del Comune, dando ancora una volta prova di essere uno spazio culturale dinamico, oltre che elemento di identità e di appartenenza. L'assessore alla Cultura, Renato La Macchia, nel porgere i saluti, ha ribadito l'importanza del Castello, sia nell'ambito della valorizzazione del territorio che come formazione universitaria rivolta agli studenti della facoltà di Lettere e Filosofia, in modo particoalre a quelli del Corso di laurea in operatore ai Beni culturali; ha sottolineato inoltre la necessità di essere propositivi nel considerare l'incontro il primo di una lunga serie. Il seminario è stato non solo punto di partenza per uno studio della storia dell'arte attraverso l'analisi e il confronto stilistico delle opere, ma anche attraverso metodi di indagine affinati e intuitivi; una risposta alternativa, dunque, alle sempre più pressanti esigenze di attività culturali nell'ambito universitario. Fondamentale la collaborazione delle cattedre di Storia dell'arte medievale e moderna del Corso di laurea in Beni culturali e il volenteroso impegno dell'associazione culturale I sotterranei del Castello, per la presenza di due eminenti personalità dell'Università Federico II di Napoli: il professore Francesco Aceto e il prof. Francesco Caglioti. IL professore Aceto, ordinario di Storia dell'arte medievale, ha scelto come argomento «La Cappella Minutolo del Duomo di Napoli», la più ambiziosa tra le cappelle superstiti della città, voluta dall'arcivescovo Filippo Minutolo, personaggio di altissimo rango nella Napoli angioina, che mette in opera gli strumenti più raffinati del suo tempo. Una iscrizione ricorda l'impegno della famiglia a mantenerne viva la cura nei secoli. La Cappella, riservata rispetto alle altre, «Chiesa nella Chiesa», come la descrivono fonti settecentesche, fu costruita in una posizione importantissima e difficile, accanto all'abside dedicata a S. Aspreno, primo vescovo cristiano dell'Occidente, investito direttamente da Pietro. Questo il punto di arrivo dell'indaginoso studio del prof. Aceto: l'evocazione attraverso la decorazione pittorica all'apostolicità della Chiesa, al pari di quella di Roma, la tomba-altare come monumento funebre dell'arcivescovo Minutolo, primo riecheggiamento dell'epoca alla tomba-altare di Bonifacio VIII e il richiamo alla Sancta Sanctorum di Niccolo III giustificano e testimoniano l'intenzione di Filippo di essere celebrato con un prestigio non inferiore a quello papale. L'argomento affrontato dal prof. Francesco Caglioti, ordinario di Storia dell'arte moderna, è stato «Alfonso il Magnanimo, re di Napoli e Donatello: l'Arco trionfale nel Castel Nuovo e la Protome Carafa». La testa equina che si trova nel Museo archeologico di Napoli è un'opera colossale, considerata da molti «antica» e in dubbio se opera singola o frammento di un'opera più complessa. Il prof. Caglioti, attraverso l'intreccio di differenti percorsi di indagine, arriva alla conclusione che la Protome è parte di un monumento equestre, che doveva essere collocato nell'Arco trionfale, a doppio fornice, del Castel Nuovo, ai tempi di Alfonso il Magnanimo, opera di Donatello. Le fonti testimoniano la richiesta di Alfonso, mecenate raffinato e cosmopolita, a Donatello, già famoso interprete della scultura e del bronzo. Il monumento equestre non arrivò mai a Napoli: furono i Medici che, al fine di sottolineare anche in quella città la tradizione dell'antico, recuperata la scultura dalla bottega dell'artista dopo la sua morte, la regalarono alla nobile famiglie Carafa, che la ospitò nel suo cortile per quasi quattrocento anni. Il prof. Caglioti precisa che «nessun dettaglio della sua ricostruzione è nuovo, ma la novità sta nel tentativo di tenere assieme i diversi filoni di studio». La tesi secondo cui Donatello fu l'autore dell'opera trova conferma non solo nel confronto stilistico con un'altra testa equina, sicuramente di antica fattura, ma, in una ulteriore illuminante analisi del tratto «impressionistico» di Donatello, che sottolinea il senso della transitorietà. Donatello, inventore del Rinascimento, iniziatore della scultura moderna, abile interprete del chiaroscuro, maestro dell'anamorfosi: questa la risposta del prof. Caglioti a un'opera considerata «troppo brutta per essere antica e troppo bella per essere moderna». L'artista si è sempre misurato con l'antico in maniera originale, traducendo in virtuosismo scultoreo il flusso continuo dell'essere. (o.h.)