San Pietroburgo compie 300 anni. Mai una città così giovane è riuscita in così poco tempo a diventare un vero museo all'aperto, un borgo dove qualsiasi angolo è parte fondamentale della storia patria, un luogo tanto avvolto da miti e misteri. Mai una città ha cambiato tante volte il proprio nome e si è meritata le definizioni più originali. Magica è la zona dove il centro baltico è stato fondato nel maggio 1703: un'immensa palude lungo il corso della Neva nel bel mezzo del Golfo di Finlandia. È proprio sulle rive di questo fiume che, nell'aprile 1242, uno dei primi principi russi, Aleksandr Nevskij, sconfisse gli svedesi in modo quasi miracoloso, fermando le invasioni straniere. Pietro il Grande voleva aprire una «finestra sull'Europa». Mosca, «la Terza Roma», era simbolo della guerra contro i tatari, dell'unificazione, della diffusione della fede ortodossa. Ma alle porte del Paese premeva un mondo dinamico carico di interessi mercantili, culturali e scientifici. Lo zar, che amava l'Europa quanto odiava le vecchie tradizioni nazionali, decise di occidentalizzare la Russia. La fondazione della «Venezia del Nord», edificata su 42 isole, segna la fine del Granducato di Moscovia di medioevale memoria e la nascita dell'impero russo. Solo un «costruttore taumaturgo», sintetizza il sommo poeta russo Aleksandr Pushkin, poteva riuscire in una tale impresa che significava anche il superamento della superiorità di Mosca, erede spirituale di Roma e Bisanzio. Dopo 10 anni dalla posa della prima pietra Sankt Petersburg diventa capitale. Il miracolo è riuscito grazie all'ausilio di schiere di architetti e progettisti arrivati dall'estero, ma in particolare grazie alle capacità del ticinese Domenico Trezzini. Se, eccetto il Cremlino, Mosca all'epoca era costruita quasi tutta in legno, la città baltica era in muratura. L'opera di Pietro viene proseguita con grande impegno dai successori. I nomi dei più grandi sovrani russi sono associati a quelli degli architetti italiani: il bergamasco Giacomo Quarenghi, il fiorentino Bartolomeo Rastrelli, il romano Antonio Rinaldi, il napoletano Carlo Rossi. Basta sfogliare una qualsiasi guida turistica di San Pietroburgo per rendersi conto della mole di lavoro svolto dagli italiani. Il barocco ed il neoclassicismo sono gli stili maggiormente seguiti. Contemporaneamente scrittori, poeti e filosofi russi celebrano la città degli zar, innescando la rivalità con la «Terza Roma». Pushkin scrive nel 1833 «...alla giovane nuova capitale la madre Mosca la sua testa inchina, come a nuova zarina la regale vedova nella veste porporina». Nikolaj Gogol conclude che «Mosca era necessaria alla Russia, mentre a Pietroburgo era necessaria la Russia». Nel 1863 Ivan Turgenev la definisce la «Palmira del Nord», famosa per la sua magnificenza ed anello di congiunzione tra Oriente ed Occidente. I filosofi occidentalisti russi hanno San Pietroburgo come modello, descrivendo Mosca come una città semiasiatica e patriarcale; gli slavofilisti, al contrario, preferiscono l'ex capitale all'eccessiva modernità del centro baltico. Ambedue le posizioni presentavano, in realtà, marcate forzature. Le vicende convulse del 20esimo secolo iniziano con la «domenica di sangue«» del gennaio 1905 e proseguono con la rivoluzione d'ottobre del '17, dopo le cannonate dell'incrociatore Aurora e la presa del Palazzo d'inverno. Nel 1918 la città, ribattezzata nel 1914 Petrograd (una megalopoli per il tempo di 2 milioni di abitanti), perde il suo status di capitale a favore di Mosca. Nel '24 i bolscevichi le cambiano nuovamente il nome: diventa Leningrado. Inizia così la sua decadenza. L'assedio della città è una della pagine più sanguinose della Seconda guerra mondiale. Per circa 900 giorni Leningrado è circondata dai tedeschi, che non riescono ad occuparla, malgrado le 100mila bombe adoperate. Freddo e fame uccidono senza pietà 600mila persone. Nel settembre '91, con un referendum popolare, la città torna ad denominarsi Sankt Petersburg, sebbene la maggioranza dei cittadini la chiamino semplicemente «Piter». Il centro baltico con i comunisti e con la Russia democratica è caduta in una crescente provincializzazione. Tutti i centri di potere sono a Mosca ed il destino dei 4,7 milioni di sanpietroburghesi è deciso 650 chilometri più a sud. Intorno al sindaco democratico Anatolij Sobciak nasce tuttavia una squadra di giovani economisti e politici, che, alla fine degli anni Novanta, è entrata nelle sale nazionali di comando. Vladimir Putin è eletto presidente russo nel 2000. A lui si deve il forte rilancio della città come centro turistico e bancario. Il gioiello ritrovato di questi festeggiamenti è l'inaugurazione, dopo 62 anni, della leggendaria Sala d'Ambra del palazzo di Caterina II, a Zarskoe Selo. Poche opere d'arte hanno avuto una storia tanto travagliata quanto quella di questa meraviglia: così amata, odiata e perfino dimenticata. L'idea di costruire un enorme mosaico d'ambra, che adorni un'intera sala, è dell'architetto di corte prussiano Andreas Schluter nel 1699. L'opera viene regalata a Pietro il Grande dal Federico Guglielmo I. Nel 1941 i sovietici decidono di non evacuarla a causa della sua fragilità. I nazisti, invece, la smantellano, inviandola al museo di Koenigsberg, da dove, nel '44 scompare misteriosamente. Una parte viene ritrovata dai tedeschi e riconsegnata ai russi. Il resto è stato ricostruito, seguendo le tecniche del '700. Così, dopo anni di studi e grossi aiuti finanziari tedeschi, questo gigantesco puzzle d'ambra è di nuovo al suo posto. Alcuni specialisti affermano malignamente che l'odierna «Sala» è più bella di quella originale del '700.