Via Appia Antica è davvero un patrimonio dell'umanità: il secolo scorso, affacciandosi sugli abissi dei tempi che in questa'area sono così degnamente rappresentati, ci hanno lasciato gli occhi, fra mille altri, Goethe e Stendhal; oggi possono visitarla proprio tutti, dagli adolescenti lentigginosi del Minnesota a quelli più scalcinati, ma non meno intraprendenti, che affollano gli Internet-point di Nairobi, i quali compiono i voli virtuali sulla tomba di Cecilia Metella offerti dal sito del Parco Archeologico senza neppure pagare il biglietto aereo. Dallo schermo del computer, la regina delle vie consolari, che Orazio percorse fino a Brindisi, non appare molto diversa rispetto a quella descritta nei libri di storia: impareggiabile strumento e specchio di civiltà fatto di pietra, pietrisco, acquedotti, erba, cielo, mausolei e catacombe. Eppure, visto da vicino, il prezioso tratto di strada che conduce da Porta San Sebastiano a via di Tor Carbone, uno dei vanti della Città Eterna, visitato ogni giorno da frotte di turisti, fa venire in mente le isole nuove evocate nei versi di Rodolfo Wilcock: «Da lontano sembrano così, verdi per quanto, immagino, saranno piene di vipere». Il servizio di Maria Rosaria Spadaccino, pubblicato in queste pagine, illustra il vecchio scarto fra mito e realtà: solo dieci su oltre seicento sono i passi carrabili regolarmente autorizzati. Le irregolarità non riguardano, come si potrebbe presumere, soltanto i privati. Lo stesso ente che, secondo la legge, dovrebbe concedere il nullaosta ai richiedenti, ossia la Soprintendenza Archeologica, afferma: è una nostra battaglia. Gli spazi urbani nelle adiacenze appaiono spesso ai limiti della praticabilità. I flussi delle persone non vengono regolati come dovrebbero. Troppe volte i pedoni che s'azzardano a camminare nelle zone aperte al traffico rischiano la pelle. I numeri civici risultano sbagliati. Gli abusi edilizi sono all'ordine del giorno. La viabilità è assai precaria. Tutto questo dev'essere il frutto di uno strano miscuglio dove convivono arroganza e buonafede, disorganizzazioni e burocrazia, incuria e ritardi. Ognuno pensa per sé, limitandosi a eseguire il mansionario, oppure sfruttando, a proprio uso, i giri a vuoto della macchina amministrativa. È una mentalità purtroppo ben conosciuta che a Roma si usa definire con una parola sola, onnicomprensiva: «scaricabarile».