Caro Direttore, il 3 giugno la Corte costituzionale si esprimerà in modo definitivo sulla costituzionalità dell'articolo 11 della Finanziaria 2002. Dirà in sostanza se le fondazioni di origine bancaria debbano o meno essere considerate soggetti privati e, nel caso ne venga riconosciuta la natura privata, se sia legittimo che il ministero dell'Economia si occupi di loro al punto da stabilire chi debba far parte degli organi d'indirizzo, in quali settori possono operare, quanto denaro debbano erogare. Lasciamo ai giudici il delicato compito di emettere tale sentenza e riserviamoci nell'attesa qualche riflessione sulla missione delle fondazioni bancarie create a esclusivo sostegno della società civile. Perché a questo scopo sono state concepite. Seppure un po' per caso, come ama sottolineare l'avvocato Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo e dell'Acri, ricordando che la loro nascita è legata a una legge che doveva occuparsi della privatizzazione delle casse di risparmio. Sono passati 13 anni da allora e le fondazioni ex bancarie hanno avuto modo di evolversi, di crescere, di perfezionare il loro ruolo sociale, di scegliere i settori più bisognosi nei quali intervenire: assistenza ai malati cronici e agli anziani, assistenza alle categorie sociali più deboli, lo sviluppo del patrimonio artistico e culturale, la ricerca scientifica nell'ambito sanitario, la tutela e la protezione dell'ambiente, il sostegno alle università e all'istruzione. Nel 2000 le erogazioni delle 89 fondazioni italiane sono state complessivamente di 1,7 miliardi di euro. Tutto questo anche grazie alla saggia riforma Ciampi che ha fissato in maniera chiara i presupposti per l'autonomia d'azione e per le finalità delle fondazioni, garantendo al loro interno un'equilibrata presenza di enti locali e società civile. Proprio questo è in netto contrasto a quanto vorrebbe l'articolo 11 della Finanziaria 2002, in base al quale si pretende di introdurre negli organi d'indirizzo una prevalente rappresentanza degli enti locali, a discapito della società civile, di limitare il numero dei settori d'intervento, ma soprattutto di vincolarne la scelta ad ambiti di competenza dell'amministrazione pubblica (criminalità e ordine pubblico, edilizia economica e popolare, eccetera). È dunque naturale che le fondazioni si siano ribellate. Hanno impugnato il provvedimento presso il TAR, il quale ha deciso di sospenderlo rinviando gli atti alla Corte costituzionale. In questi quasi due anni, però, le fondazioni hanno vissuto in una sorta di limbo e anche la loro attività ne ha risentito. Secondo le indicazioni ministeriali avrebbero dovuto in questo periodo occuparsi solo dell'ordinaria amministrazione, con forti limitazioni per guanto riguarda le erogazioni. Cosa che avrebbe non poco pesato sulla loro attività: basta dire che Fondazione Cariplo impegna annualmente circa 135 milioni di euro e del suo sostegno non beneficia solo il Fai, ma molte altre istituzioni tra cui la Fondazione Scala (di cui la Fondazione Cariplo è uno dei soci fondatori) che riceve ogni anno l'equivalente di 12 miliardi di vecchie lire. Nonostante gli ostacoli, dunque, almeno i progetti già avviati non sono stati interrotti e le fondazioni sono anche riuscite a varare un programma di sostegno al Mezzogiorno d'Italia stanziando per il 2003 circa 25 milioni di euro per valorizzare i distretti culturali del Sud. Ma, come si diceva, della perdita di autonomia delle fondazioni di origine bancaria, non risentirebbero .solo l'arte e la cultura, che in un certo senso sono la cartina di tornasole per indicare il livello di evoluzione cui è giunto un Paese. Ma ne risentirebbero tutti gli altri settori d'intervento delle fondazioni e la società civile nel suo insieme. Io amo pensare a questa società civile come al lievito per il pane. Perché il lievito non si vede, ma aiuta a far crescere il pane che si insaporisce, prende un colore dorato ed emana profumo di fratellanza. Se è vero che in questo momento di crisi del Welfare è sempre più indispensabile poter contare su soggetti che si affianchino al pubblico e ne integrino l'azione, è indispensabile lasciare che le fondazioni ex bancarie continuino sulla loro strada, rispondendo a quei bisogni della collettività nei confronti dei quali lo Stato sociale non può farcela da solo.