QUATTORDICI anni dopo le sentenze che hanno condannato Vito Ciancimino, il Comune di Palermo presenta il conto agli eredi dell'ex sindaco terribile che fu condannato per aver pilotato i grandi appalti della città e per aver brigato con la mafia. Da quattordici anni, il Comune di Palermo ha diritto a quel risarcimento, lo dicono le sentenze dei processi in cui l'amministrazione si costituì parte civile. Ma fino ad oggi, tranne l'ex assessore Michele Costa, nessuno si era mai mosso. Adesso, l'avvocato Giulio Geraci, dirigente dei Servizi legali di Palazzo delle Aquile, ha deciso che è venuta l'ora di bussare alla porta dei Ciancimino: «Stiamo già studiando il modo di far valere i diritti maturati con quelle parti civili», annuncia. «Quando arrivai, nel 2002, nulla era stato fatto. E i termini per le domande stavano andando in prescrizione. Intervenimmo appena in tempo. Adesso che la magistratura ha scoperto e sequestrato un patrimonio riconducibile a Ciancimino, sarà più facile avanzare un'azione esecutiva». Dice l'avvocato Michele Costa, ex assessore alla Legalità: «Quando notificammo aVito Ciancimino l'atto stragiudiziale con cui si chiedevano 150 milioni di euro, l'ex sindaco rispose alla sua maniera. "Trecento miliardi? Li vogliono in contanti o per assegni? Oggi nessuno dei suoi eredi potrebbe dire una frase del genere». Ma il lungo silenzio del Comune ha già provocato grandi favori ai boss. «La legge dice che la richiesta di risarcimento della parte civile debba essere avanzata entro dieci anni dalla sentenza definitiva», spiega l'avvocato Piero Milio, che ha patrocinato la parte civile del Comune di Palermo in tutti i processi di Mafia degli anni Ottanta, dal maxi a Ciancimino. «Ebbene dice Milio le amministrazioni che si sono succedute nel tempo, a partire dalle sentenze definitive del 1992, hanno fatto scadere quel termine. La mancanza di sensibilità è stata da parte di tutti, centrosinistra e centrodestra». Hanno già ringraziato Palazzo delle Aquile i 400 boss del primo grande processo istruito dal pool di Falcone e Borsellino. Il 30 gennaio 2002, Repubblica interpretò la silenziosa soddisfazione della Cupola mafiosa e di tutti i picciotti, perché dieci anni dalla sentenza della Cassazione sul primo maxi-processo erano passati senza che il Comune chiedesse nulla. Palazzo delle Aquile si affrettò a precisare che i patrimoni dei mafiosi «sono ormai svuotati a causa delle confische» e poi che «un parziale risarcimento è comunque arrivato attraverso la destinazione dei beni dei mafiosi ad usi sociali». «Ma è proprio vero che le casse dei boss sono vuote?, continua a chiedersi Pietro Milio: «Non è solo il caso Ciancimino a far riflettere. In questi ultimi anni, la Procura ha individuato i patrimoni nascosti di molti mafiosi, della vecchia e della nuova guardia». Il caso di Pino Lipari, il ministro dei lavori pubblici di Bernardo Provenzano è il più eclatante: è stato scarcerato di recente, dopo l'ennesimo processo che hamesso in risalto il suo ruolo nella holding del capo di Cosa nostra. Ma il Comune di Palermo non può più chiedergli nulla, perché lui è uno dei 400 del maxiprocesso che hanno beneficiato della curiosa sanatoria della dimenticanza. «Prima o poi, qualcuno dovrà rendere conto alla Corte dei Conti dice l'avvocato Milio perché le costituzioni di parte civile sono costate all'amministrazione comunale. E i soldi dei mafiosi dovevano essere restituiti per davvero alla città. Oggi, tutti i Comuni fanno a gara per costituirsi parte civile contro i mafiosi. E dopo le sentenze cosa fanno? Spero che chiedano davvero i danni ai mafiosi. Altrimenti, le parti civili non avranno più senso». s.p.