GIANNI Borgna, lei è l'Abdon Pamich del Campidoglio, il marciatore dell'assessorato alla Cultura. Inquante giuntehalavo-rato seduto nel suo studio di piazza Campitelli? «Le due di Rutelli. la prima di Veltroni e ora inizio con la seconda. Sono a quella scrivania da dodici anni. Non lo avrei mai pensato quando mi nominarono per la prima volta». Ricorda il giorno? «Certo, l'8 dicembre del 1993, il giorno dell'Immacolata Concezione. Mi ricordo che tutti gli uffici erano chiusi, maRntPlli voleva subito insediare la giunta. Arrivammo in Campidoglio come carbonari. Lui in motorino e io in Vespa. Sembravamo un gruppo di marziani rispetto alla giunta precedente». Si ricorda la cosa che fece per prima da assessore alla Cultura? «Presi la Vespa e andai alla Sapienza. Allora c'era il rettore Tecce. Io lo feci perché mi sembrò importante sottolineare la funzione dell'università nella cultura e nella vita della città. Andai a trovare Tecce e il suo staff, girai per i viali, sotto la statua della Minerva. Fu un gesto politico». E il primo progetto importante che realizzò? «Venne subito Natale e poi sarebbe arrivato il Capodanno. Allora nei giorni di festa i musei erano ancora tutti chiusi. Non c'era la possibilità di andarsi a vedere una mostra. Per la prima volta riuscii a tenerli aperti. E poi mi inventai il Capodanno in piazza». C'era stata l'eseprienza dell'effimero di Renato Nicolini. «Sì, ricordo, al Traforo, ma il vero e proprio Capodanno in piazza con centomila persone, che poi fece il giro d'Italia, ancora non c'era». Come nacque? «In un modo incredibile. Dovevamo trovare una piccola piazza per un concerto raffinato del musicista Luigi Cinque con un gruppo di percussionisti africani. Lo facemmo la notte del 31 dicembre a piazza del Popolo. Diventò un evento». Lei era candidato alle politiche per un seggio al Senato. Voleva passare ad altre esperienze? Era stanco? «Nessuno mi aveva sollecitato a candidarmi. Veltroni era contentissimo del lavoro fatto e io non ero stanco. Ma avevo posto un problema: dopo tanti anni di una bellissima esperienza, credevo fosse giusto un avvicendamento. Pensavo di poter dare uno contributo ad un livello diverso». E invece che cosa è successo? «La lista era bloccata. E mi hanno messo al nono posto. Lo dico schiettamente: una posizione impossibile. Loro speravano in un successo clamoroso e nel premio di maggioranza. Ma io non ero d'accordo. Ho accettato solo per passione politica». Si era parlato di lei anche come sottosegretario ai Beni Culturali. «Questa è stata una vicenda ancora meno chiara. Hanno detto che si voleva colpire Roma. In realtà hanno deciso i partiti a livelIo nazionale. E allora contano le quote, le correnti. Una cosaamara. Si doveva dire: chi abbiamo nella Quercia di competente per la Cultura?». Ed è tornato a piazza Campitelli... «Sono tornato con l'entusiasmo del primo giorno». Qual è il progetto più bello che ha contribuito a realizzare? «L'Auditorium. Ricordo quando Rutelli e Bruno Cagli andammo a piantare lì i primi alberelli. Poi è nato, merito di Rutelli e Veltroni, e ora, per il successo, di Bettini e Fuortes, ma un po' anche mio. È una realtà splendida, con un milione di spettatori l'anno». Che altro? «Le biblioteche. Non sono qualcosa che dura lo spazio di una sera. Sono presìdi culturali. Unico punto di riferimento in quartieri a volte di 300 mila abitanti. In questi ultimi anni ne abbiamo aperte 35». Che progetta per i prossimi cinque anni? «In primo luogo vorrei lavorare di più nelle periferie, farle diventare territori di cultura diffusa». E poi? «A Roma manca ancora un Museo della Scienza». Si era pensato al Gazometro. «Avevo lavorato con Antonio Ruberò, un uomo straordinario e appassionato, al progetto. Ma il Gazometro si rivelò un luogo infelice e i costi erano altissimi. Però Roma, la città dei "ragazzi di via Panisperna", non può non avere un Museo della Scienza. Si potrebbe pensare di costruirlo in modo modulare, cominciando con una sola struttura, da ampliare». Un ultimo sogno? «Un sistema dei teatri pubblici e privati. Ne abbiamo uno dei musei, uno delle biblioteche, uno degli spazi espositivi. Potremmo crearne un altro dei palcoscenici. Ci sono quelli dei teatri di Tor Bella Monaca e di Ostia, il Teatro di Roma, l'India, l'Eri, privati come il Vascello di Giancarlo Nanni e la Comunità di Sepe. Servirebbe un circuito comune di ideazione e programmazione».