CULTURA LA RIVOLUZIONE DEL BIGLIETTO Ingresso gratis per avere più visite. E raccogliere più fondi. Ecco la nuova sfida dei sindaci Non siamo ai livelli del Moma di New York dove si entra con un biglietto da 20 dollari, ma anche in Italia buona parte dei musei sono a pagamento. E non più con tariffe simboliche come avveniva prima della Ronchey, la legge che nel '93 ha rivoluzionato la gestione dei musei. È quindi in controtendenza la scelta di Bologna che, dal 1 aprile ha aperto gratuitamente a tutti le porte dei suoi dieci musei civici, recependo il pragmatismo del sindaco. Sergio Cofferati ha definito «alambicchi mentali» i ragionamenti che solitamente si fanno attorno a vantaggi e svantaggi di iniziative del genere e in tempi dominati dall'economia della cultura, da logiche imprenditoriali nella gestione dei beni culturali, ma anche dai tagli del 10 per cento alla cultura determinati dall'ultima Finanziaria (riducendola allo 0,31 per cento del bilancio dello Stato). Ma quanto pesano nel bilancio dei musei gli introiti derivanti dalla vendita dei biglietti? Assicura Daniele Jalla, presidente delia sezione italiana dell'International Council of Museum (Icom) e coordinatore dei Servizi museali della Città di Torino che, a parte rare eccezioni, - la media nazionale degli incassi dai biglietti oscilla tra il 5 e il 10 per cento del budget» e quindi il più delle volte il gioco non vale la candela. Non supera mai il 20 per cento secondo Alessandra Mottola Molfino che in veste di direttore del Settore Cultura del Comune di Milano ha tenuto a battesimo l'introduzione del biglietto d'ingresso nei musei civici milanesi, ma come autrice de "L'etica dei musei" (ed. Allemandi) ha scritto: «Far pagare il biglietto d'ingresso per aumentare i ricavi dei musei vuoi dire ridurre i visitatori; poi bisognerà spendere per gestire le biglietterie e poi spendere ancora di più per lanciare iniziative di marketing che li facciano aumentare ancora; infine si dovrà ridurre ulteriormente i costi perché mancano risorse». Come dire: soluzione vivamente sconsigliata. Tanto più che anche nei sempre invidiati musei americani le entrate dirette sono ben poca cosa a fronte dei consistenti finanziamenti pubblici e dei poderosi capitali di dotazione che, sapientemente, investiti, consentono - quelli sì - di vivere. Basta dire che il Paul Getty di Los Angeles (peraltro a ingresso gratuito) con le entrate autogenerate tramite diritti, book-shop, eccetera non copre più del 10 per cento delle spese. «Nei musei civici di Bologna l'affluenza è così modesta che costa di più tenere in piedi un servizio di biglietteria di quello che s'incassa dalla riscossione dei biglietti», taglia corto l'ex ministro dei Beni culturali Antonio Paolucci. Seppure attratto dal puro principio della gratuità, il soprintendente del Polo museale fiorentino non può non tener conto dei circa 20 milioni di euro all'anno derivanti dai biglietti pagati dai 5 milioni di visitatori dei musei statali di Firenze: «Quei soldi ci servono come il pane nella gestione globale del sistema beni culturali Italia». È vero, peraltro, che nessuna tariffa pubblica, dai telefoni alle ferrovie, è aumentata in poco più di vent'anni quanto l'ingresso ai musei. Ancora nel 1980, ha ricordato più volte Paolucci, alla Galleria dell'Accademia di Firenze (quella del David per intenderci) si entrava con 150 lire, oggi ci vogliono 6,50 euro. Ed è di pochi anni fa l'abolizione della tassa d'ingresso a musei, monumenti e aree archeologiche statali, istituita nel 1985 e sostituita nel 1997 con un regolare biglietto il cui ricavato non viene più incamerato dall'Erario, bensì assegnato ai relativi capitoli del ministero per i Beni e le attività culturali. Per poi tornare, seppure parzialmente decurtato, ai diversi musei statali. Ma non ci si può certo fermare ai pochissimi casi di musei costretti addirittura a tenere a bada il flusso dei visitatori (vedi Uffizi o Galleria dell'Accademia) o a quelli che comunque sono sempre in pole position nelle annuali classifiche del Touring Club, quando gli altri 4 mila e rotti per lo più vivacchiano e certamente non risolvono i loro problemi facendo pagare il biglietto d'ingresso. E' interessante il caso del Met di Sant'Arcangelo, il Museo degli Usi e Costumi della Gente di Romagna: forse l'unico museo in Italia ad avere adottato una strategia in grado di generare redditi (fermo restando l'ormai assodato e prevalente sostegno pubblico). La forza di questo museo, appartenente alla schiera più appartata, ma molto vitale, degli istituti drammaticamente definiti "demoetno-antropologici", sta nel fuoco incrociato di attività pensate e organizzate per il pubblico. Anzi, per "i pubblici". Il direttore Mario Turci, infatti, ha avuto l'intelligenza di coltivarli tutti con estrema cura. Col risultato che è riuscito a richiamare le scuole, gli adulti, le famiglie, i pensionati, le fasce cosiddette deboli (handicappati, anziani), studiando per ognuno di questi target attività ad hoc, laboratori, visite guidate, incontri e garantendo al museo notevole visibilità. Quello che serve a incrementare le entrate arriva poi da consulenze ad altri musei, a enti pubblici, o a privati, dall'organizzazione di corsi a pagamento e non solo. In tutto questo anche a Sant'Arcangelo sta girando aria di gratuità. La stessa aria che si respira a Torino e che si è imposta a Bologna dove, avverte Cristiana Morigi Govi, direttore del Settore Cultura del Comune e del Museo archeologico, «l'abolizione del biglietto d'ingresso determinerà una mancata entrata per 132 mila euro, ma anche minori spese per 83 mila euro: quindi ne restano fuori 49 mila, una differenza minima che si potrà recuperare organizzando iniziative a pagamento come mostre o cicli di conferenze». «La gratuità dell'ingresso ai musei non è una vaccinazione che si fa per la vita», segnala Morigi Govi. È però un tema largamente dibattuto che ha dato avvio a svariate sperimentazioni. In Francia, per esempio, il Comune di Parigi ha abolito dal 2004 il biglietto nei musei di sua proprietà, raggiungendo il doppio dei visitatori. Lo stesso avviene in Normandia, in Svezia e in Olanda. E naturalmente in Gran Bretagna, dove dal 2001 i musei sono tornati a essere gratuiti, dopo che alcuni dei grandi, introdotto il biglietto, avevano visto diminuire del 40 per cento il numero dei visitatori. IL GOVERNO TAGLIA NOI APRIAMO La cultura per rilanciare l'identità della città. E promuovere i beni culturali, per creare un indotto turistico. Il sindaco Cofferati spiega la sua ricetta Sindaco Cofferati, perché avete deciso di abolire il biglietto nei musei civici di Bologna? «È stata la nostra prima reazione ai tagli della Finanziaria: segnalare in modo netto di non voler subire questa politica insensata contro la cultura che per noi è una voce fondamentale del rilancio e dell'identità della città. È nei momenti di crisi che bisogna mettere in campo le azioni più forti». C'è chi dice che vi fate belli con poco, visto il numero esiguo di visitatori «Dove ci sono più visitatori ci sono anche più costi, quindi il problema dell'equilibrio costi-ricavi è sostanzialmente di tutti. Ma soprattutto credo che sia importante il principio». Se i musei bolognesi avessero avuto i visitatori degli Uffìzi avrebbe fatto lo stesso? «Sì, perché ritengo che si debba difendere e valorizzare il proprio patrimonio culturale, rendendolo disponibile a condizioni d'accesso diverse dal passato. La gratuità può determinare nuove abitudini nei visitatori dei musei, si instaurerà un rapporto di maggiore familiarità potendo entrare in un museo anche solo per vedere un singolo quadro». Vi aspettate un incremento considerevole dei visitatori? «Per ottenere un risultato significativo penso sia necessario fare più cose, questa era una. Un'altra è quella di promuovere attività connesse con i musei, utilizzando gli spazi museali per mostre ed eventi. Dobbiamo far conoscere il nostra patrimonio, promuoverlo». Quale deve essere a suo avviso il modello d'intervento pubblico in campo culturale? «Chi ha un patrimonio lo deve valorizzare nel migliore dei modi, lo deve rendere disponibile e aiutare i visitatori ad avere familiarità con esso». Ma quando i conti non tornano, come appunto quelli della cultura? «La cultura è un servizio alla comunità e come tale ha un costo. Non si può ragionare di un museo come di un autobus, dando per scontato che il problema costi-ricavi sia risolutivo. E poi intorno alla disponibilità del patrimonio culturale si possono creare tantissime altre opportunità economiche e quindi la valutazione va fatta complessivamente, in termini di indotto. Se aumentano le persone che vengono a Bologna per visitare un museo, queste muoveranno tante altre attività che avranno una ricaduta positiva su tutta la città».