Non graverà sul bilancio pubblico, lo aspettiamo ormai da 35 anni NEI GIORNI SCORSI si è svolta a Messina la prima grande manifestazione a favore del Ponte sullo Stretto, promossa dal movimento autonomista di Raffaele Lombardo. Il "popolo del sì" ha finalmente cominciato a diventare visibile. Abbiamo infatti sempre visto blocchi stradali, cortei e barricate solo da parte dei manifestanti del "no". Sono un fatto nuovo i cortei che chiedono la costruzione a gran voce di un'opera pubblica. La decisione di costruire il Ponte risale al 1971, ma dopo 35 anni da quella legge ancora si discute sulla "priorità", contrapponendo quest'opera a quelle, pure essenziali, da realizzare nel nord, o a quelle del centro-sud. Ormai la litania di argomenti sa di trito e ritrito. Tutto questo non ha alcun senso per almeno due motivi: 1) non siamo, per fortuna, una repubblica sovietica con un'economia pianificata: non abbiamo quindi un piano nazionale che programmi risorse e priorità, con un unico centro di decisioni e di spesa. Quindi non appare razionale affermare, come fanno tanti critici: prima l'acqua, prima le strade minori e poi il Ponte; 2) il Ponte di Messina non grava in alcun modo sul bilancio dello Stato. E' la società "Stretto di Messina" a controllo pubblico (costituita da Fintecna, Anas, Rfi e dalle Regioni Calabria e Sicilia) a investire in quest'opera. L'opera costerà, come è noto, 6 milioni di euro: il 40 viene dall'aumento, già realizzato, del capitale della società dello Stretto e il 60 sarà coperto da finanziamenti di tipo project finance, contratti sui mercati finanziari internazionali. Cioè, ribadiamo, senza garanzie dello Stato. Il rischio dunque sarà solo imprenditoriale. Del resto il ministro per le infrastrutture Antonio Di Pietro, più seriamente di quell'oscuro professore diventato ministro dei Trasporti, ha detto che il governo ha individuato 42 progetti per 4 miliardi di euro da realizzare subito, mentre per altri 32 "occorre recuperare 1000 miliardi". Giustamente Di Pietro non fa alcuna menzione del Ponte di Messina perché lo Stato non deve trovare alcuna risorsa finanziaria. Lo sa questo il ministro Bianchi o pensa semplicemente che, trattandosi di un'opera impostata dal centrodestra, non deve essere realizzata per ragioni politiche? Se la pensasse così (e non me lo auguro) verrebbe comunque smentito perché chi fece di tutto per far approvare l'opera fu l'allora ministro dei Trasporti Nerio Nesi (nel primo governo Prodi), a quel tempo appartenente al partito dei comunisti italiani.
Ponte di Messina, ecco le ragioni del popolo del sì
A Messina si è svolta una grande manifestazione a favore della costruzione del Ponte sullo Stretto, promossa dal movimento autonomista di Raffaele Lombardo. Il Ponte è stato deciso nel 1971, ma dopo 35 anni la discussione sulla sua costruzione continua. La società "Stretto di Messina" a controllo pubblico investirà 6 milioni di euro per l'opera, 40% dei quali provenienti dall'aumento del capitale della società e 60% da finanziamenti di tipo project finance. L'opera non graverà sul bilancio pubblico, poiché la società è a controllo pubblico e il rischio è imprenditoriale.
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