Quando Tremonti, nell'auturino 2005, annunciò i tagli al ministero dei Beni culturali, e in particolare al Fondo unico per lo spettacolo, la coscienza di registi comici e scrittori fu scossa da un sussulto di grande passione civile. Roberto Benigni, in quei giorni, era indignato: «la cultura in Italia conta sempre meno». Mariangela Melato era drastica: «lo spettacolo italiano è stato condannato a morte». Bernardo Bertolucci denunciava un oscuro complotto: «temo che dietro ci sia un disegno preciso, impedire al cinema italiano di parlare del nostro Paese». Gigi Proietti se la prendeva con il Cavaliere: «Berlusconi tiene in pessima considerazione tutto ciò che è inutile ossia non grezzamente produttivo». Dario Fo saliva in cattedra, come si addice a un poeta laureato col Nobel: «di un popolo ottuso non ci si può fidare e prima o poi la paghi. La cultura è intelligenza e un popolo stupido distrugge la patria». Senza contare le fosche profezie: la mostra del cinema di Venezia non si farà più; prosa e lirica spariranno per sempre; i musei non potranno pagare lo stipendio ai dipendenti. Sembrava l'Apocalisse, ma non lo era. Tanto è vero che l'attuale governo di centrosinistra pensa di limare ulteriormente le risorse destinate alla cultura. Romano Prodi ha dichiarato infatti divoler ridurre del 10 le spese di tutti i ministeri. Rutelli, titolare dei Beni culturali, mugugna. La sforbiciata andrà ben oltre la semplice (si fa per dire) riduzione delle spese inutili. Vedremo. Nell'attesa diamo un'occhiata al programma dell'Unione. Alla cultura è riservato uno spazio marginale. La questione è liquidata nelle ultime dodici pagine, scritte in un burocratese da brivido. Poiché il torno preparato da Prodi C. può competere per ampiezza con la Treccani, un po' di spazio in più forse si poteva trovare. Comunque l'obiettivo principale è mettere fine alla «costante riduzione delle risorse pubbliche» e «ristabilire i bilancio complessivo del Ministero ad livello previsto per il 2001». Misura necessaria per rilanciare una «seria politica di sviluppo» perché «il governo di centrodestra ha aggravato tutti i problemi». Parole sante per chi ha protestato contro quel cattivone di Tremonti. Nell'ottobre 2005, Roma fu attraversata dalla Marcia dei Vip. I lavoratori dello spettacolo avevano indetto uno sciopero contro Berlusconi. L'ìntellighenzia aveva aderito in massa. Centinaia di artisti fecero a gomitate per entrare nell'ex cinema Capranica. Qui Roberto Benigni tenne una memorabile arringa che iniziava così: «Non sono mai stato a una manifestazione sindacale, che bello». (Nello stesso giorno, il suo film "La tigre e la neve" usciva in tutte le sale cinematografiche d'Italia, boicottando di fatto lo sciopero stesso). Tra i volti noti spiccavano Mario Monicelli, Massimo Ghini, Michele Placido, (fratelli Guzzanti, Alessandro Haber, Leo Gullotta, Valerio Mastandrea e molti altri. Padrone di casa, Gugliemo Epifani, leader della Cgil. La parola d'ordine era esserci. E mostrare stupore, scon certo, sconforto, preoccupazione, rabbia. Serena Dandini rischiò di non trovare posto nella sala già stipata all'inverosimile. Stizzita, si rivolse così a un impassibile agente di polizia: «Sono la Dandini, io devo entrare». Oggi gli artisti hanno una magnifica occasione per dimostrare la loro onestà intellettuale. Per spazzare via il dubbio di essere mossi soltanto dall'odio ideologico per Berlusconi. Per far capire a tutti quanto gli stia veramente a cuore il destino della cultura. Senz'altro non vorranno farla passare liscia a Padoa Schioppa dopo aver sfilato contro Tremonti per lo stesso motivo. Siamo certi che non saranno così incoerenti. Tanto più che i giochi non sono ancora fatti. Con una adeguata pressione, i tagli potrebbero forse rientrare. Invitiamo quindi scrittori registi e cantanti a scendere in piazza contro il governo Prodi.
Prodi taglia la cultura E gli artisti rossi? Zitti
Nell'autunno del 2005, il ministro dei Beni culturali, Tremonti, annunciò tagli al Fondo unico per lo spettacolo, causando grande indignazione tra registi comici, scrittori e artisti. Roberto Benigni, Mariangela Melato e Bernardo Bertolucci denunciarono un oscuro complotto per impedire al cinema italiano di parlare del proprio Paese. Gigi Proietti accusò Berlusconi di non valutare la cultura come inutile e produttiva. Dario Fo affermò che un popolo stupido distrugge la patria e che la cultura è intelligenza. La situazione sembrava apocalittica, ma non lo era.
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