Non distante dall'eccentrica costruzione della Mole Antonelliana, oggi Museo del Cinema, ma originariamente un'anomala sinagoga, c'è un palazzo concepito come scuola gesuita dall'architetto Guarino Guarini, divenuto Accademia della Scienza nel XIII secolo. È la sede del Museo dell'Antichità Egizia, da poco ristrutturato e rinnovato nel pieno centro di una Torino rimessa a nuovo per le recenti Olimpiadi Invernali. La nostra visita si svolge nel Museo ed in particolare allo Statuario, che in tempi recenti è stato riadattato dalle capacità scenografiche e di illuminazione di un maestro come l'architetto Dante Ferretti, di cui ricordiamo l'attribuzione del Premio Oscar per il film The Aviator, con la regia di Martin Scorsese. È innegabile l'effetto scenografico per il forte impatto sul pubblico: c'è un grande afflusso di studenti e turisti. «A gennaio di questo anno abbiamo avuto 22.000 visitatori, 57.000 per le Olimpiadi, 68.000 nel mese di marzo e 81.000 in aprile». Chi parla è Alain Elkann, presidente del Museo Egizio. Questa istituzione è gestita dal comune di Torino e dalla fondazione della Compagnia San Paolo, presieduta da Franzo Grande Stevens, personaggio conosciuto per la sua attività di avvocato, di grande amico della famiglia Agnelli ed anche per l'attività svolta dirigendo la squadra di calcio della Juventus. «Ho cominciato a lavorare con Ferretti quando ho avuto l'incarico dall'allora ministro dei beni culturali Urbani. Ho pensato subito all'immenso patrimonio, di cui purtroppo possiamo solo mostrare una parte - 6.500 pezzi, mentre altri 26.500 sono nei magazzini per mancanza di spazio - che provengono dall'acquisizione da parte del re Carlo Felice, 1824, della collezione di Bernardino Drovetti. Drovetti partecipò alla Campagna Napoleonica in Egitto, divenne il console francese e grande amico del Viceré di Egitto Mohamed Ali, che gli consentì di esportare legalmente queste opere». Drovetti è stato influenzato a suo tempo per gli interessi verso le tradizioni egizie da un altro soldato napoleonico della Campagna d'Egitto, Vivant Denon, scrittore di un capolavoro come Senza domani, e artefice della collezione egizia del Louvre a Parigi; con Elkann prosegue questa tradizione di legami culturali fra Parigi e Torino: «Sono nato in Francia, ma ho studiato a Torino, poi sono tornato in Francia. Misento italiano in tutti i sensi, pur mantenendo un forte legame con Parigi. Il mio libro su Alberto Moravia è stato pubblicato per la prima volta in Francia; i miei riferimenti culturali mi permettono di avere una determinazione di scrittore anche se svolgo altre attività, mi rifaccio a quanto sostiene Voltaire sul ruolo dello scrittore nel coltivare il mestiere, che naturalmente è fatto di creatività, ma anche, e soprattutto, di una grande determinazione, della necessità di lavorare giorno dopo giorno sulle cose da raccontare, che bisogna conoscere a fondo. Nei miei romanzi cerco di rifarmi alla grande letteratura internazionale dove i veri scrittori lavorano con lentezza e si immedesimano nella popolarità dei soggetti in modo raffinato. I miei riferimenti sono: Gustave Flaubert, Samuel Beckett, James Joyce, Henry James, Honoré de Balzac, Lev Nikolaevic Tolstoj, Anton Cechov; tra i contemporanei, Philip Roth. Non penso certo di essere a quei livelli come narratore, ma nulla mi vieta di considerarli come dei punti di riferimento». Passeggiando con lui fra le statue di Re Amenofi II, della dea Hator e del dio Path della guerra, esposti in modo esemplare, come se fossero delle modelle in una sfilata di alta moda, mi vengono in mente due o tre cose. La prima è che anni fa ho conosciuto l'erede di Drovetti. Viveva aRoma svolgendo egregiamente la professione di direttore delle luci nella stampa dei film presso un grande stabilimento romano; mi parlava spesso di statue egizie, orgoglio della famiglia, e dell'importanza fondamentale della luce nell'arte, come nel breve film di Michelangelo Antonioni sul Mosè La seconda suggestione è la forte impressione che mi aveva fatto qualche anno prima la mia visita al Museo Egizio del Cairo. Lì l'enorme patrimonio museale è disposto alla rinfusa con dei cartellini sommari, spesso mancanti, e soprattutto molta polvere. L'attuale allestimento ha rivoluzionato totalmente il modo di rappresentare i monumentali pezzi, facendone risaltare anche la pietra Bekhen, il marmo nero o verde che per gli egizi rappresenta la vita eterna, utilizzato in passato per realizzare le statue degli dei e dei faraoni. La struttura delle sale del Palazzo dell'Accademia delle Scienze è invece variata molto poco, quel che è cambiato è il colore delle mura, da bianche a rosse, per far sì che il bel marmo opaco potesse risaltare. Il raffinato impianto di illuminazione, composto da faretti posizionati in modo da nascondere la sorgente del fascio di luce, ne fa emergere l'allestimento, che prevede l'utilizzo di pareti specchianti al fine di creare una sorta di profondità infinita dello spazio e degli oggetti contenuti in esso. Innovativo e di grande suggestione, soprattutto per i giovani studenti - viste le reazioni - è l'uso di musiche che ricreano la ritualità e le cerimonie sacre evocate dallo Statuario: c'è un tentativo di riprodurne gli effetti acustici con degli «strumenti magici», si presume infatti che i suoni ai tempi degli egizi fossero prodotti dalla semplice percussione di bastoni di legno, prima che la musica conoscesse quella varietà di toni che siamo abituati ad ascoltare. La modernità dell'inedita rappresentazione ha un successo popolare indubbio. Il rischio della coraggiosa scelta innovativa nel rappresentare la tradizione egizia sta nel fatto che potrebbe risultare poco autentica, tuttavia tale rischio è fugato dal sempre presente senso di astrazione e allontanamento dalla vita quotidiana che si sente percorrendo le sale, isole incantate nel mezzo della metropoli che le circonda. Mentre Elkann illustra tutti gli aspetti riguardanti l'organizzazione del museo, diretto da Eleni Vassilika, la conversazione viene interrotta da una breve telefonata sul suo portatile: è il dottor Agricola, che gli consiglia come riattivare la gamba infortunata di recente. Dopo questa parentesi aggiunge: «Ha visto la quantità di persone che affollano l'entrata del museo? Oltre ai manifestanti contro il Tav (Treno Alta Velocità), si è reso conto della quantità di giovani di tutte le scuole che, non solo dal Piemonte, vengono qui ogni mattina?». E riprendiamo la visita, fra quelle statue imponenti ed impassibili che hanno un leggero sorriso ironico, imperturbabile. Fuori, a Torino, si discute oggi di tante cose divenute improvvisamente contingenti, come la Juventus