La nomina da parte del neoministro Francesco Rutelli di Salvatore Settis quale nuovo presidente del Consiglio dei beni culturali apre prospettive più rassicuranti per un settore disastrato, nell'ultimo quinquennio, dalla finanza creativa di chi prospettava la vendita o l'affidamento a privati del patrimonio culturale come espediente per tamponare i bilanci. Già consigliere del ministro Urbani e tuttavia fortemente critico nei confronti di non pochi aspetti del Codice dei beni culturali varato da quel ministero, Settis ha infatti stigmatizzato con toni di crescente allarme quella dismissione del sistema della tutela che era iniziata già nella legislatura precedente a quella da poco conclusa, e che si era tradotta in circolari, normative eleggi: la separazione tra tutela e valorizzazione, il restringersi del margine di intervento delle soprintendenze, l'idea perniciosa che i beni culturali siano innanzitutto moneta da far fruttare anche disinvoltamente a discapito dell'integrità storica. E ha insistito nel difendere, Costituzione alla mano, quella connessione tra paesaggio, musei e patrimonio architettonico e urbanistico che costituisce un valore peculiare della storia italiana. Si preannuncia così, nella sua nomina, un indirizzo opposto a quello seguito dagli ultimi governi regionali, segnato da norme sciagurate quale quella del silenzio-assenso a proposito degli interventi in deroga alle norme di salvaguardia ambientale e storiche, dalla prassi dei Prusst usati come varianti autonome ai piani regolatori, da balletti incresciosi come quelli a proposito delle trivellazioni in un sito Unesco come la Val di Noto, da interventi inseriti in aula all'ultimo minuto per favorire la costruzione di grandi impianti alberghieri alle Eolie, altro sito protetto dall'Unesco. Oltre che da una politica di condoni edilizi che è giunta alla grottesca spudoratezza, nell'ultima finanziaria, di prevedere un contributo pubblico per l'associazione degli abusivi di Pizzo Sella poi negato dal commissario dello Stato. La punta dell'iceberg di una politica dissennata ma lucidamente perseguita, a cui ha fatto da contraltare, con incarichi speciali e consulenze esterne, l'ostentazione pubblicitaria, il goffo glamour patinato, l'intestazione di eventi e iniziative spacciati per modernizzazione in termini di marketing della complessa macchina amministrativa e dei suoi compiti istituzionali e che, al contrario, ha di fatto ridotto al minimo l'autonomia di soprintendenze e musei rispetto alle esigenze promozionali degli assessori (a proposito: chissà come rimarrebbe Carlo Scarpa, di cui si celebra in questi giorni il centenario della nascita, a vedere lui così amante dei dettagli gli intonaci scrostati nelle sale di Palazzo Abatellis allestite nel 1954). Così pochi esempi tra i tanti possibiliuna mostra di circuito come "La ricerca ell'identità" curata da Vittorio Sgarbi, giunta a Palermo in seconda battuta a costi esorbitanti nel 2003, ha prosciugato le risorse regionali azzerando ogni altro progetto espositivo; così le infinite tournée (da New York ad Atene alla Cina) cui l'assessorato ha inviato le opere spesso in contrasto con il parere dei tecnici e dei dirigenti preposti ha insinuato il sospetto che la conservazione museale sia un ostacolo anziché una risorsa per il patrimonio artistico, divaricando all'estremo quella forbice tra le esigenze della valorizzazione e quella della tutela che sono invece, facendo la tara della provinciale e asfittica politica d'immagine cui abbiamo assistito, del tutto coincidenti. Al nuovo assessore ai Beni culturali della giunta di governo toccherebbe quindi il compito non facile di cambiare strada rispetto a questa pratica consolidata: restituendo mezzi finanziari e reale autonomia decisionale alle strutture istituzionali, pianificando strategie di medio e lungo periodo per la salvaguardia e la promozione, elaborando una politica territoriale di concerto con comuni e province che consideri paesaggio, centri urbani, chiese e palazzi elementi di un unico sistema. Una politica insomma in linea con i principi ormai da tempo consolidati della cultura dei beni culturali (e che era stata recepita, in altri contesti, dalla stessa Assemblea regionale) e di cui una figura come quella di Settis rappresenta, anche a livello istituzionale, un riferimento certo. Che l'attuale ceto politico sia in grado di produrre una simile svolta è forse una ipotesi accademica, considerando se non altro che si tratta del medesimo attore della scorsa legislatura. Ma almeno ci sia risparmiata quella esaltazione regionalista che si fa schermo dell'autonomia in materia e che quasi sempre è copertura a interessi molto concreti e particolari, e quella ridicola tiritera secondo la quale la Sicilia, da sola, possiederebbe quasi un quarto dei beni culturali dell'intero pianeta. Affermazione di alterigia ignorante, da sola sufficiente a screditare chi la pronuncia.
La svolta necessaria sui beni culturali
Il nuovo presidente del Consiglio dei beni culturali, Salvatore Settis, è stato nominato dal ministro Francesco Rutelli. Settis è un esperto del settore e ha criticato in passato aspetti del Codice dei beni culturali varato dal ministero precedente. Ha difeso la connessione tra paesaggio, musei e patrimonio architettonico e urbanistico, considerata un valore peculiare della storia italiana. La sua nomina apre prospettive più rassicuranti per il settore, che è stato disastroso negli ultimi anni. Settis dovrà cambiare strada rispetto alla politica dissennata del passato, restituendo mezzi finanziari e autonomia decisionale alle strutture istituzionali e pianificando strategie di salvaguardia e promozione.
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Bene culturale
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