I quotidiani inglesi The Times e The Observer attaccano il progetto del Mose scrivendo; «Meglio lasciar morire Venezia» Il doppio urlo giunge da Londra, dalle colonne del Times e dell'Observer. Il primo: «Se amate Venezia, lasciate che muoia. Non permettetele di tramutarsi in una decrepita Disneyworld. È già condannata dall'acqua, le opere ingegneristiche possono regalarle al massimo pochi decenni». E il secondo giornale: «Chiamate Disney per salvare Venezia». Parole dure, forse provocazioni, in ogni caso sfiducia totale nel progetto Mose. E dilagante «acqua alta», dalla Manica alla Laguna, ma stavolta schiumeggiante di polemiche. La prima risposta che giunge dall'Italia è altrettanto secca: «Questi sono tutti pazzi, e i loro mi sembrano pregiudizi romantici dice uno che di arte e palazzi sa, cioè Vittorio Sgarbi augurarsi che Venezia si inabissi, insinuare "meglio la rovina", mi pare appunto un pregiudizio romantico. Potrebbe anche essere abbastanza condivisibile, ma la verità è che la Disneyland è già un fatto compiuto. Che Venezia è già affondata quando ha perso la sua anima, svenduta e mercificata dal turismo. Ma che colpa ne ha il Mose? Mettersi contro il Mose è come mettersi contro Leonardo, è come la vecchia battaglia della Chiesa contro la scienza». Quella proposta del Times «xe una monada», è una fesseria o peggio, sorride Alvise Zorzi, autore di Venezia ritrovata e di altri libri sulla Serenissima. «Puttanate», si spinge ancora più in là il sindaco Massimo Cacciari: «Un mare di chiacchiere, in cui non intendo annegare o perdere tempo. Ma chi è che può dire queste cose? Che cosa sa davvero di Venezia? No, no, mi rifiuto di parlarne». Pure, le «chiacchiere» inglesi hanno anche un presupposto molto concreto. Times e Observer si sono mossi sulla scia di una campagna-dibattito lanciata dal Fondo «Venice in Peril», «Venezia in pericolo», con un titolo graffiante: «Fin troppi soldi sono stati spesi per la città». Troppi soldi? «Forse questo è vero commenta ancora Cacciari ma che vengano qui adesso, i giornalisti inglesi, a vedere com'è diventata Venezia rispetto a 60 anni fa. Poi, ne parleremo». L'iniziativa di «Venice in peril» potrebbe essere il primo segnale di una marea calante, tanto per restare alle metafore lagunari: la marea, tradizionalmente generosa, delle donazioni britanniche per i monumenti e i luoghi d'arte della laguna. Tuttavia, le funebri profezie di Londra non sembrano convincere nessuno, sulle rive dell'Adriatico: «Venezia sommersa in pochi decenni? Ma no, forse in qualche secolo sospira Zorzi e questa sarebbe proprio l'ipotesi peggiore. Perché dovranno passare secoli, sembra, prima che accada un evento catastrofico come l'alluvione del 4 novembre 1966. Quanto al Mose, è un'idea come un'altra. Venezia può sopravvivere anche senza». Ma è comunque «una conquista ingegneristica», ribadisce dal canto suo Sgarbi, «che ritarda di 50 anni e forse più il processo di decadenza: davvero, non ho mai capito le battaglie anti-Mose di una certa intellighenzia. Ma ripeto: la vera acqua alta, il pericolo, è rappresentata dalla gente che ignora questo cancro e quest'esibizione oscena, l'esibizione del turismo di massa che ha ridotto la città a una vita artificiale da luna-park. Come altre città storiche, del resto, come Firenze o Siena. Ma non Roma. E neppure Milano (di cui Sgarbi potrebbe diventare assessore alla cultura nella giunta Moratti) che artisticamente è salva, è la terza città italiana per interesse culturale e artistico e può diventare come Vienna: si tratta solo di non stravolgere l'identità urbana, e in questo si può imparare davvero dalla lezione veneziana». Ai malanni del turismo-divoratutto non crede invece Tiziano Scarpa, scrittore nato in laguna e autore fra l'altro di Venezia è un pesce. Una guida. Perché, dice, «Venezia ha inventato il turismo molto prima di Disney. Già nel Cinquecento era una Disneyland culturale, anzi era la Las Vegas dell'Occidente: una grande meta culturale e ludica con i suoi teatri privati, il gioco d'azzardo, anche la prostituzione. E questo, il turismo-spettacolo, è l'anima del moderno. Se i giornalisti inglesi dicono il contrario, vuoi dire che sono poco informati». Ma il Mose? In fondo, è sempre di questo che si torna a parlare. «Il Mose fa parte della normale gestione della difesa di una città fatta sulla melma. Di più, non posso dire. Comunque tutti questi discorsi su Venezia che muore mi ricordano quelli su Londra troppo piena di pakistani, o dei grattacieli che sorgono a Shangai e non più a New York: un po' come dire che le stagioni non sono più le stesse».
II Times: lasciamola morire. E scoppia la polemica
Il progetto Mose è attaccato da due quotidiani inglesi, The Times e The Observer, che lo considerano un'opera ingegneristica inutile e dannosa per la città di Venezia. I giornalisti attaccano il progetto, che prevede la costruzione di un sistema di difesa contro le inondazioni, e sostengono che la città è già condannata dall'acqua e che le opere ingegneristiche possono regalarle solo pochi decenni. I giornalisti inglesi chiamano Disney per salvare Venezia, suggerendo che la città possa essere salvata costruendo un parco a tema Disney. La risposta dell'Italia è secca, con alcuni che sostengono che i giornalisti inglesi hanno pregiudizi romantici contro il progetto Mose.
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