Quella facoltà creativa, da sempre attribuita all'immagine, oggi forse è destinata a lasciare il posto a un diverso impulso: quello appartenente a un'economia fondata sulla grande corrente massmediatica; sicché la dimensione estetica e quella economica finiscono per unificarsi, conferendo un valore «assiologico» dunque non solo economico a molti prodotti un tempo non considerati «artistici», ma altresì attribuendo all'arte «pura» una valenza economica già in partenza da prendere in considerazione. E, infatti, solo perché rivestiti da valori immaginativi e simbolici, spesso anche oggetti «anestetici», o addirittura «antiestetici», possono atteggiarsi a opere d'arte, e tante opere dei nostri tempi sono assunte nell'empireo estetico soltanto perché divenute fonte di valore economico e insieme di una componente simbolica. Chi ha messo a punto recentemente un vero e proprio «trattato» sui problemi legati ad arte ed economia, mercé e simbolo, immaginario e marketing, proclamando un nuovo tipo di fiction economy, e rifacendosi ad esempi storici (Che Guevara), letterali (romanzi di Ellis e di Gibson), filmici (Matrix), videoartistici (Xiao-xiao), è Fulvio Carmagnola (Il consumo delle immagini, Bruno Mondadori, pp. 232, 19). L'autore vuol giungere ad una conclusione: che oggi, come mai prima, l'immaginario, il simbolico, si traduce in opera d'arte anche attraverso una valorizzazione economica, quella da lui definita fiction economy. «La componente immaginaria o finzionale dei prodotti è diventata una parte strutturale del loro valore economico»; «dopo l'associazione con il rito e la religione, dopo l'associazione con l'arte, il bello presenta la sua ulteriore configurazione: l'associazione con l'economico». (Era quanto lo stesso affermavo, e Carmagnola generosamente lo riconosce, nel mio antico testo Simbolo, comunicazione, consumo). Ma questo che significa, in definitiva? Rifiutare la «vera» arte? Degradarne l'aspetto assiologico? In un certo senso è cosi: se ci rifacciamo a epoche eccelse e non più ripetibili, quando arte e simbolo era-no tutt'uno, quando l'aspetto economico non era ancora prevalente; quando i mass media non avevano ancora «corrotto» (anche se ingigantito) il nostro panorama artistico. Ma invece l'ipotesi è certamente conseguente con la nostra epoca, se come afferma Carmagnola «l'economia diventa estetica, come economia dei beni simbolici, o, ancora (...) come economia dell'immaginario o coms fiction economy». Per cui è proprio dall' osservazione delle «superfici smaglianti delle mode di consumo che possiamo decifrare il nostro tempo»: come afferma Gibson, uno degli autori più citati nel volume assieme al geniale, anche se sovente azzardato, Slavoj Zizek. Dalla Filosofia delle forme simboliche di Cassirer a Lo scambio simbolico e la morte di Baudrillard, dalla Filosofia in una nuova chiave di Susanne Langer, a La società di simulacri di Mario Perniola, lo studio dell'immagine, del simbolo, del feticcio, ha avuto un percorso lungo e accidentato. Non intendo riassumerne le tappe. Ma una cosa è certa: se un tempo il simbolo era l'equivalente occulto e misterioso di alcunché, oggi il simbolo si è in certo senso «solidificato». Ogni nostra azione, ogni oggetto da noi realizzato, riveste un aspetto simbolico traslato ha subito quell'operazione di syn-ballein, di «mettere insieme», che permette di individuare la presenza nell'«oggetto domestico come nel grattacielo, nella video-performance come nella pubblicità». E allora, invece di deprecare l'avvento d'una civiltà come l'odierna, potremo anche sperare che in un futuro non tanto remoto, arte e economia,.....mercé e capolavoro artistico pur continuando a convivere, non rinuncino però a essere guidati da quel misterioso istinto che deve sopravvivere tanto nella mercé quanto nell'opera di «arte pura»; e che è il solo a poterci guidare e proteggere nei labirinti simbolici e in quelli «finzionali»: cioè l'antico standard of taste di Hume, ossia quella costante-incostante che segue, come ha sempre seguito e si spera seguirà, le «oscillazioni del gusto» per sancire il valore (autentico non solo economico) dell'opera d'arte.