La mappa del ministero per i Beni e le attività culturali cambia. In favore di un maggior accentramento dei poteri del ministro da un lato, lasciando stranamente in sospeso le sorti di alcuni istituti scientifici centrali e, soprattutto, dei poli museali autonomi di Venezia, Firenze, Roma (più quella archeologica della capitale) e Napoli. Il ministro Giuliano Urbani ha presentato il nuovo schema del dicastero riformato a direttori e sindacati e quei poli autonomi non sono neppure citati. A dir poco curioso. Quanto alla soprintendenza speciale di Pompei, dal ministero fanno sapere che resterà. E sui poli museali? Decideranno. Prima di tutto scompare il segretario generale. E nascono quattro dipartimenti che rispondono direttamente al ministro: quello per l'organizzazione e l'innovazione, quello per gli archivi e le biblioteche, quello per le antichità e le belle arti, quello per lo spettacolo e lo sport. Dal primo dipendono tre direzioni generali: affari generali, risorse umane e bilancio; innovazione tecnologica; promozione e marketing. Negli archivi e biblioteche rientrano le direzioni generali per i beni librali e istituti culturali, per gli archìvi e l'archivio centrale dello Stato. Sotto l'ombrello antichità e belle arti (dizione che voleva riesumare Sgarbi) entrano quattro direzioni generali: per il patrimonio storico, artistico, architettonico e paesaggistico, per i beni archeologici, per l'architettura e l'arte contemporanea, per gli affari amministrativi. Sempre sotto questo ombrello finiscono 17 direzioni generali: sostituiscono le attuali soprintendenze regionali per essere il braccio politico del ministero con poteri effettivi, la spettacolo e sport ha tre direzioni: per il cinema, per lo spettacolo dal vivo, per lo sport. A questo punto urgono un po' di conti. Finora c'erano 8 direttori generali (più due interni e in tutto fanno 10) con relativi stipendi. Adesso quanti diventano? Secondo il ministero 33: quattro per i dipartimenti, 12 per le direzioni generali (calcolano a sé l'archivio centrale), più i 17 regionali che, affermano, non comportano un aggravio di spesa perché quei soprintendenti hanno già uno stipendio equivalente. La Uil fa invece un altro calcolo: inserisce l'Archivio centrale, due dirigenti generali al servizio di controllo interno (versione del ministero: sono distaccati da altri dicasteri) e altri due al Gabinetto. «Fanno 38. Troppi, tenuto conto che la riforma deve essere fatta a costo zero» commenta Gianfranco Cerasoli, segretario generale del sindacato. Anche perché i loro compiti, afferma il sindacato, possono essere tranquillamente demandati alle direzioni generali. Suscita notevoli perplessità anche l'istituzione di una direzione generale per lo sport. Tanti direttori generali così non si erano mai visti. Giuseppe Chiarante, presidente dell'associazione Bianchi Bandinelli e già vicepresidente del consiglio nazionale dei beni culturali, osserva: «Avere quattro dipartimenti può aumentare il controllo politico del ministro? Sì, com'è concepito questo schema. Dal quale mancano strutture scientifiche come l'Istituto centrale del restauro, l'Istituto centrale di catalogazione, l'Opificio... Vengono pesantemente subordinate ai dipartimenti». E quindi? «Si penalizza la loro autonomia, si accentua la pesantezza burocratica». La legge 368 varata quando era ministro Walter Veltroni invece puntava proprio a dare loro più autonomia. Fumoso è poi il destino, ricorda Cerasoli, anche di istituti come la Discoteca di Stato, l'Istituto centrale per la patologia del libro, il Museo dell'audiovisivo. Questa, conclude, «è una controriforma». In questo quadro l'abolizione del segretariato generale non va ignorata e si può spiegare così: era uno snodo amministrativo, teneva i rapporti con i privati, con gli enti locali, aveva un ruolo tecnico da sganciare da quello politico. Tutto, adesso, torna nelle mani del ministro. Del potere politico. Se non è accentramento, come chiamarlo?