Lei è una studiosa di rango, per un decennio la direttrice della Galleria d'arte moderna di Roma, e ex soprintendeote dei beni artistici del Piemonte. Lui è un giovane curatore della collezione ottocentesca della Gnam, che si è fatto le ossa nella piccola soprintendenza modello di Matera. Insieme, Sandra Pinto e Matteo Lanfranconi hanno scritto un libro affascinante che ha creato un piccolo terremoto nel mondo culturale, facendo uscire allo scoperto storici dell'arte e accendendo sui giornali un dibattito intorno ai temi della tutela e della valorizzazione del patrlinonio d'arte. A poco più da un mese dall'uscita, Gli storici dell'arte e la peste (Electa, 269 pagine, 19 euro) è un caso editoriale. Contro la cultura da blockbuster e dell'effimero. Riportando alla ribalta una principessa all'apparenza decaduta come la storia dell'arte. «Con questo libro abbiamo voluto chiamare alla riscossa i colleghi, tentando un'operazione di recupero, rispetto alla situazione disgraziata in cui versano l'università e le soprintendenze», racconta Sandra Pinto. «Come storici dell'arte vorremmo essere un po' meno innocui» rilancia Lanfranconi. Nonostante la distanza generazionale Pinto e Lanfranconi, insieme a molti altri studiosi d'arte, si sono trovati di fronte a uno stesso bivio: «Vogliamo chiamarci fuori rispetto alla crisi del "beniculturalismo"? Chiuderci in una torre d'avorio? Arrenderci dicendo che chi ne ha voglia continua, chi non ne ha più cambia lavoro? Oppure riconosciamo che dobbiamo fare qualcosa per cambiare questo stato di cose? Anche come autori racconta Pinto ci siamo accorti che per prima cosa dovevamo superare la lunga desuetudine a lavorare nel corpo vivo della società, superare il rischio di essere diventati un po' autoreferenziali». Così siete partiti per questo vostro viaggio alla riscoperta delle eccellenza italiane. Scegliendo una forma accattivante quella della narrazione, strutturata in dieci giornate. Una brigata di storici dell'arte che cercano di sfuggire alla peste del degrado culturale? Lanfranconi: Ci piaceva l'idea di svolgere il nostro discorso in una forma dialogica. Pinto: Dopo una quarantina di intervise abbiamo deciso di fermarci. E dando una partizione alla materia ci siamo accorti che ne venivano fuori dieci capitoli, da qui l'idea delle dieci giornate. - Ma anche la scelta di raccontare storie e situazioni positive, resistenti non solo mali culturali... Non volevamo fare la solita lamentazione. Rendere all'onor del mondo una realtà di livello europeo come la biblioteca di Palazzo Venezia, per esempio, ci è sembrato contribuire alla rimonta di una gloriosa istituzione culturale. Questa è stata un po' la scella di metodo. Questo tentativo di riportare alla luce i gioielli dell'arte e della nostra cultura quanto si scontra con la concezione dei beni culturali» emersa nella politica italiana, dalla famigerata frase di De Michelis, «l'arte il petrolio d'Italia», fino alle cartolarizzazioni della Patrimonio spa? Lanfranconi: Personalmente sono cresciuto negli anni 70 e ho assistito al formarsi di una artificiosa spaccatura: "beni culturali' versus "opere d'arte, cultura, patrimonio". Oggi in molti stanno riconoscendo, finalmente, che questa strada di scorporare dalla cultura in senso vasto il tema dei beni culturali, in virtù di una ipotetica tripartizione fra conservazione, conoscenza e valorizzazione, non regge. Perché la valorizzazione rischia di scivolare pericolosamente verso la redditività. E questo parametro è indipendente dal crescere o meno della conoscenza. Pinto: Quando ero giovane si parlava di Antichità e belle arti. Si disse: non funziona. Peccato, dico oggi. E lo dico come si può rimpiangere un bell'abito dell'Ottocento. Proprio parlando della disciplina, giovani storici dell'arte che fine hanno fatto? Sembrano diventati stranamente invisibili, mentre è salita alla ribalta una nuova figura, quella del curatore, con molti giovani talenti. È in corso una trasformazione? Lanfranconi: L'emergenza della figura del curatore è avvenuta soprattutto nell'arte contemporanea. Oggi il curatore sostituisce anche, in parte, le funzionalità dello storico dell'arte antica legata alla creazione di mostre. Dunque la sua figura sembra al pubblico qualcosa di più sostanzioso e di più visibile, rispetto a quella dello storico dell'arte che non fa mostre. E anche questo mi pare negativo, perché sembra che chi è fuori dal giro delle mostre non abbia una funzione culturale e sociale. Mentre invece i giovani storici dell'arte oggi hanno una preparazione forte e rigorosa, costruita nel lungo periodo di formazione a cui costringono i tempi geologici che occorrono per avere un posto. Ma questa difficoltà di inserimento, però, deprime anche ogni ambizione. Pinto: A questo posso aggiungere che i funzionari sono anziani e anche piuttosto gelosi e preoccupati di un eventuale ingresso di nuove linfe. Questo sistema dovrebbe essere corretto. E se è vero che i giovani storici dell arte oggi sono preparati anche per il fatto che dopo la laurea, come diceva Matteo, prendono la specializzazione, il dottorato, il master, eccetera, è anche vero che qualcosa sta mutando proprio sotto i nostri occhi. il pericolo è per quelli che stanno studiando adesso con la riforma dei crediti. Finiranno per perdere solo gli ultimi sprazzi della disciplina. Si dà la laurea a persone che non hanno la minima base urnanistica che è rinviata, non si sa perché, alla specializzazione, quando dovrebbe essere il contrario. Dire che i tre anni intanto preparano delle figure intermedie che servono come figure ausiliarie ai livelli scientifici più alti è una menzogna, anche perché nelle nostre università non c'è chi insegna queste nuove materie come, per esempio, l'informatizzazione dei dati. Con questo sistema vedo l'analfabetismo culturale salire gradino dopo gradino, a partire dal liceo. E se i giovani incontrano difficoltà, dall'altra parte, negli ultimi anni non si è neanche valorizzata l'esperienza del "veterani". Soprintendenti di rango come Jadranka Bentini e direttrici di museo come Anna Maria Petrioli Tofani sono stati prepensionati senza troppi complimenti. Pinto: Per mia esperienza posso dire che quelle sono state scelte politiche. Senza contare come sono stati reclutati coloro che poi sono entrati al loro posto. Con il ministro Urbani sono emerse figure dal mondo esterno e la cui competenza non è stata in alcun modo valutata. Lafranconi: Si fa sempre più chiara la scomodità di alcune figure che difendono la disciplina nella sua interezza, nella sua complessità. Con il rischio che si formi una schiera pronta all'assalto, disposta a sposare le esigenze più snelle, ma anche più manageriali. Con il neologismo "mostite" avete anche denunciato la deriva di mostre effimere e da blockbuster. Cosa sta accadendo? Lafranconi: La proliferazione di mostre di scarso rilievo è un fenomeno collegato alla globalizzazione, al turismo di massa ma, mentre in altri paesi già questo boom si sta affievolendo perché non produttivo, in Italia si continua sull'onda della parcellizzazione massima. E questa polverizzazione d'iniziative non aiuta a trasmettere un messaggio culturale. Va tutta a detrimento della formazione del pubblico che è disorientato da questo proliferare di piccole mostre, di mostre che hanno la pretesa di essere grosse ma che non producono nulla. Pinto: Appare male attuata una giusta intenzione di fare didattica da parte delle istituzioni, piccole e grandi E questo discorso vale anche per certa pubblicistica da edicola, dall'aspetto molto appagante, ma che però dà pochissimo, salvo familiarizzare il pubblico con dei feticci Lanfranconi: Il problema più grave riguarda la liquidazione della didattica. Pinto: E se questo è il punto chiave, gli storici saranno sempre considerati sussiegosi se non si mettono a fare comunicazione, per dirlo con una brutta parola. Altrimenti il museo viene visto come un luogo difficile. A meno che non sia un museo di tutti capolavori, per cui prevale la logica: più ne ingoio più sto bene e quando non ne posso più me ne vado. In questa congiuntura come dove intervenire lo storico dell'arte? Pinto: Aiutando a realizzare le mostre che servono o per introdurre nuovi problemi o per rileggere in chiave diversa fatti storici già studiati. Evitando spettacolanirzazioni fini a se stesse come quella a cui abbiamo assistito al museo Egizio. E ancora facendo un lavoro di critica serrata. Altrimenti passa il messaggio che una mostra come Gli impressionisti e la neve che si potrebbe citare come esempio massimo di negatività, viene considerata un iniziativa di successo solo perché ha venduto molti biglietti, mentre una mostra bellissima, scientificamente importante, come Le corti e la città, alla Promotrice delle Belle Arti di Torino, resta nell'ombra, perché non ha avuto un adeguato lancio pubblicitario. Lafranconi: Ripartire dalle mostre di valore, anche dalle soprintendenze come uffici, come sportello pubblico, che in Italia inun arco sensibile di tempo hanno costituito unprirnato rispetto a altri paesi europei. Un patrimonio che è un vero peccato sperperare così.
Europa
3 Giugno 2006
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SI
Simona Maggiorelli
Europa
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Bene culturale
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