Bene ha fatto il ministro Francesco Rutelli a chiamare l'autorevole studioso Salvatore Settis alla presidenza del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Su questa scelta si registrano già consensi da istituzioni operanti nel settore e certamente anche i quaranta storici dell'arte che hanno firmato un libro contro l'ingerenza di privati, economia e scienza nel mondo delle antichità e belle arti ne trarranno buoni auspici. Bisogna tuttavia notare che c'è un Settis militante e «incendiario» contro le politiche beneculturaliste tout court (l'opera non è un «bene», i bookshop sono da abolire, il termine territono presuppone uno sfruttamento...) e un Settis impegnato a destra e a manca come supertecnico all'interno del sistema dei Beni culturali. Il primo appare come un rivoluzionario che vuole abbattere il beneculturalismo; il secondo come un superfunzionario che intende modificare «il sistema dall'interno» (come si diceva un tempo). Nel 2002 Settis pubblicò un libro intitolato Italia spa. L'assalto al patrimonio culturale (Einaudi) contro la politica di Giuliano Urbani; ma dello stesso ex ministro è stato consigliere. Nei giorni scorsi ha pubblicato un articolo in cui definisce il «Beneculturalismo la malattia senile della storia dell'arte, un bene che non perdona», e ora assume la presidenza del Consiglio superiore. Comunque adesso che è diventato beneculturalista per nomina speriamo che attui le riforme (non le rivoluzioni) necessarie al settore, ovvero che dia applicazione anche a quanto da lui più volte scritto. E non venga invece stritolato dal meccanismo beneculturalista.