A poco più di un anno dall'elezione di Massimo Cacciari a sindaco, si apre oggi alle 16 a Ca' Farsetti un consiglio comunale che da più parti viene considerato "storico" e che, comunque vada, finirà per pesare sul futuro dell'amministrazione di Venezia. Preceduti da bollenti riunioni di partito, accompagnati da manifestazioni, cortei e sit-in di comitati, si va a votare un documento che potrà dire una parola definitiva sul Mose, il mastodontico sistema di dighe mobili progettato vent'anni fa e in via di costruzione alle bocche di porto, al quale si affida il compito di proteggere la città dall'acqua alta. Inabissata nel blocco di cemento che simboleggia la prima pietra, c'è la pergamena che porta la firma di Silvio Berlusconi, sotto il cui governo i lavori sono stati avviati dopo lustri di carteggi intercorsi tra Venezia e Roma; in piena superficie è invece la protesta di buona parte della città, e degli ambientalisti in prima linea, che vedono nelle dighe mobili uno sfregio insanabile al territorio. Intorno al Mose non si spacca solo Venezia, e nemmeno semplicisticamente un'amministrazione divisa in maggioranza e opposizione. In realtà la rottura è dentro la maggioranza stessa, e si gioca tutta sul significato di due parole: "revisione" e "verifica". Coerente con le promesse della campagna elettorale, il sindaco Massimo Cacciari al Comitatone che si riunirà nelle prossime settimane intende chiedere una "revisione" del Mose: vuole capire se la tecnologia è in grado di dare oggi, vent'anni dopo il progetto che va in esecuzione, uno strumento di minore impatto ambientale con uguali, se non superiori, garanzie per la salvaguardia della città. Per farlo, però, deve avere l'appoggio del consiglio: e trovarlo non sembra poi così facile. Se è scontata la posizione del centrodestra, che sostiene la necessità di chiudere le discussioni e procedere con i lavori, sorprende l'atteggiamento della maggioranza. La Margherita non appoggia in modo compatto Cacciari; la frangia legata alla visione del precedente sindaco Paolo Costa sotto la cui amministrazione i lavori erano stati avviati, si dice disponibile al massimo a una "verifica", ovvero al controllo dello stato dell'opera, considerando la possibilità di un intervento che possa costare di meno rispetto ai 4.100 milioni del Mose (gestione e manutenzione escluse). Ma è del tutto contraria a fermare i lavori. Pesa il giudizio dei Verdi, che si scaldano a bordo campo e sono pronti a diventare operativi in un rimpasto, pare ormai prossimo, di giunta. Per loro è fondamentale che si parli di "alternative". In tutto questo, i Ds invitano "a non esasperare i toni", ma intanto non riescono a mettere insieme un documento da poter presentare in modo congiunto alla Margherita. Questa mattina sono previsti incontri e riunione fiume per la ricerca di una linea comune. A caldeggiarla è in particolare Felice Casson, neosenatore Ds ed ex sfidante di Cacciali per la poltrona di sindaco: «Troviamo un'alternativa al Mose - dice - e proponiamola al governo». Il nodo della questione è tutto qui: questo governo può avere con questa amministrazione una via di dialogo più agevole rispetto al precedente. Ecco perché si parla di consiglio "storico": presa una decisione, sarà più semplice farsi ascoltare. E poi davvero più difficile tornare indietro.