Non è credibile: arrivi da Roma dopo aver visto la splendida mostra dei Raffaello raccolti nella Galleria Borghese, che con larghi mezzi è stata restituita al suo fasto, e trovi sul giornale la colletta dei sospiri per la povertà delle 135 guglie del Duomo di Milano, ridotto in povertà dall'avarizia dei fondi pubblici e dalla fragilità del mecenatismo privato. È un brutto segno la crisi economica che tocca anche il simbolo di pietra della città. Non ci si doveva arrivare. Fu più facile ai nostri nonni adottare un «martinitt» e farne un capostipite di nuove classi imprenditoriali di quanto siamo riusciti a fare noi quando ci è stato proposto di adottare una guglia a testa, fornendo parte dei soldi di un restauro. Ridurre all'indigenza la terza chiesa più grande del mondo è un po' blasfemo e un po' autolesionistico. Programmare un biglietto di ingresso per un luogo sacro così grande da poter accogliere in un solo rito 40 mila persone forse è realistico, ma umiliante: ogni giorno entrano in Duomo diecimila turisti e mille fedeli, creare un'esenzione per la preghiera e un balzello per la visita è sempre tecnicamente possibile e redditizio, altrove viene fatto, ma sarebbe amaro per un luogo nel quale anche la percezione visiva dell'opera d'arte è già per suo conto una laica preghiera. La cattedrale è architettonicamente un inno gregoriano, trascina verso il cielo anche il passante materialisticamente inchiodato a terra. E poi il Duomo è l'immagine stessa della città, metterlo quotidianamente in affitto per garantirne, una decorosa sopravvivenza sarebbe il riconoscimento di una sconfitta. Oggi a Milano, città leonardesca, è più ricco di milioni di euro il «Codice da Vinci», per gli incassi in libreria e ai botteghini del cinema, che il Cenacolo o il Duomo. Un mercante settecento anni fa pagò la prima guglia: possibile che non ci siano più botteghe e fiere sufficienti? Dove si è smarrito l'orgoglio di una identità? Sono sicuro che un nuovo sindaco, Letizia Moratti, e un nuovo ministro della Cultura, Francesco Rutelli, coglieranno con lo stesso trasalimento l'obbligo di superare l'imbarazzante momento di indigenza non solo amministrativa ma estetica. L'Italia e Milano non possono permettersi di far finire perfino la Madonnina nella lista dei poveri. Da che Milano esiste, nelle guerre e nelle crisi, quando una fabbrica piange nessuno ride. La veneranda Fabbrica del Duomo ha dovuto far causa al suo Comune: è una pessima notizia, anche metaforicamente sgradevole. Va superata subito.