ILMATTINO ÌOD ali assalto 30 MAG 2003 FAIRUO COSCIA SUL DESTINO del patrimonio culturale italiano, Salvatore Settìs (oggi, alle 18, con Pietro Giovanni Guzzo e Natalino Irti nell'aula magna storica dell'Università «Fe-derico 11») combatte da tempo una crociata personale. Storico dell'arte e dell'archeologia di fama mondiale, direttore della Scuola Normale di Pisa, Settìs è stato tra i primi a denunciare, nel suo volume ìtalia Spa-L'as-salto al patrimonio culturale, i rischi della legge Tremontì del giugno 2002 (che ha reso possibile la costituione di apposite società per l'alienazione dei beni archeologici e artìstici italiani), e le conseguenze disastrose che tale legge avrebbe potuto avere per l'identità culturale del nostro Paese. Professor Settìs, è già cominciato l'assalto al patrimonio culturale da lei pa- ventato dopo la legge Tré-monti? «La legge del 2002 fino ad oggi ha prodotto ben poco, perfortu-na. Poiché è stata fatta da mani incompetenti ha in sé molte contraddizioni che ne rendono difficile l'applicazione. Il vero allarme è altrove: è in una legge precedente, la 410 del 2001, ,che a suo tèmpo ha'destato molto inerio allarme, ma che viceversa sta provocando una serie di problèmi gravi, in quanto consente la cartolarizzazione e perfino la vendita degli immobili pubblici, in deroga a qualsiasi passaggio del ministero dei Beni culturali. In aggiunta, le fertili mentì del ministero dell'Economia hanno partorito un'altra legge speciale, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 24 dicembre 2002, alla vigilia di Natale, per cui oggi i beni culturali vincolati possono essere messi in vendita in barba a tutte le norme vigenti». Qualche esempio? «Ne potrei citare a decine. I più recenti sono la Manifattura Tabacchi di Firenze, la cui vendita è avvenuta senza il parere preventivo del ministero dei Beni culturali, né tanto meno della Soprintendenza locale, e quella di Modena, un complesso conventuale del Settecento, entrambe vincolate D rischio vero è la strada che ha preso il ministro Tremonti verso la vendita dei beni culturali attraverso una legislazione emergenziale, che non separa, come dovrebbe, il carattere storico e artistico da tutto il resto. Il ministro Urbani ha capito che non è questa la strada giusta e si sta muovendo decisamente nella dirczione opposta». È per questo che ha accettato di far parte del consiglio scientifico del ministro Urbani, che affianca U lavoro della commissione diretta da Gaetano Trotta per la tutela dei beni culturali? «Sono stato piacevolmente sorpreso della proposta del ministro, nonostante i miei attacchi alla sua linea politica. Ho preso atto delle sue buone intenzioni. L'esperienza fino ad oggi è stata positiva, sono stato consultato sul nuovo codice dei beni culturali elaborato dalla commissione. Adesso bisogna aspettare l'esito finale, per sapere se saranno rispettati, come ho chiesto, IL«fMATTINO dapagl7 prìncipi della salvaguardia». Quali le priorità da lei richieste? «D ritorno all'inalienabilità del patrimonio culturale pubblico, con un rilancio forte della pubblica amministrazione; una politica di investimenti pubblici sui beni culturali, per far fronte, tra l'altro, allo scandalo e alla vergogna insopportabile cui stiamo assistendo dei numerosi archivi storici che chiudono per mancanza di fondi, Infine la riaffermazione della funzionalità della macchina centrale dello Stato nel campo dei beni culturali contro qualsiasi forma di devoluzione. Certo, se poi il ministro Tré- monti ad ogni Natale farà una legge speciale, qualsiasi legislazione si rivelerà inutile». Ma chi è die decide la linea politica del governo italiano verso il patrimonio culturale? Urbani o Tremontt? «Ancora non l'ho capito, ed è questo il problema. lì governo italiano ha numerose contraddizioni, tracui quella tra ministero dei Beni culturali e ministero del Tesoro, che sono in netta contrapposizione fra loro. Ma non si può avere una doppia verità all'interno dello stesso governo. E su questo l'opinione pubblica dovrebbe essere più informata». Lei ha diretto per cinque anni il «Getty Research Instìtute» di Los Angeles. Perché in Italia non può funzionare il modello americano della prfvatizzazlone dei musei? «I musei americani nascono già privati e si reggono sugli investimenti. Prendiamo l'esempio del "Paul Getty Museum" di los Angeles. Ha un patrimonio di 7 miliardi di dollari investiti in borsa, che permette di generare profitti da reinvestire nella struttura. Come tutti i musei del mondo è in passivo, ma non lo è come fondazione. Non credo che in Italia ci siano privati disposti a investire negli Uffizi, che tra l'altro è 30 volte più grande del Getty». Qua! è, allora, il destino del nostro patrimonio culturale? «Quello che vorremo noi. Quello che i cittadini italiani saranno capaci d'imporre». i