BENCULTURALISMO SCELTE CORAGGIOSE DALL'ARA PACS A SALVATORE SETTS Il nuovo presidente del Consiglio superiore per i Beni culturali e paesaggistici, Salvatores Settis, chiamato a difendere il patrimonio culturale che stava per essere trasfomiato in un grande "souvenir" dalla passata amministrazione, ha la fortuna di avere, invece che immobili, molta regione da vendere. L'ossessione del marketing sta scaraventando l'Italia "real-size", scala 1:1, in un wrestling spietato con l'Italia in miniatura, quei a ricino a Rimini. Inoltre, che il 90 delle mostre-evento sia dannoso può essere scientificamente provato come il fatto che le sigarette fanno venire li cancro. In realtà le mostre-evento sono il cancro della nostra cultura attaccando a percezione stessa, generale e generica, di cultura trasformandola in un fenomeno da rotocalco o televisione. Si confonde sperpero con investimento. Sperpera chi spende 5(X) euro per una cena in due, investe chi compra una casa o spende per dare un'educazione al figli. Lo sperpero produce scorie quasi immediate, l'investimento dà frutti solo se uno ha la pazienza di aspettare. Poche amministrazioni pubbliche oggi hanno la pazienza di aspettare. Eppure il trucco sta tutto in quella che gli anglosassoni chiamano «vision» visione, capacità che a noi manca quasi totalmente. Abbiamo a terribile necessita di avere amministratori visionari, che immaginino il futuro del paese anche quando loro non saranno più al volante, come il famoso Andre Malraux, scrittore e mitico ministro della cultura francese dal 1960 al 1969. Quello che viene delinito il «beneculturalismo» è un fenomeno miopico, orgasmatico, tossico, tenuto in vita da flebo di preview e recensioni, prime serate e folle di spettatori tutto a scapito dell'investimento e della qualità dell'offerta culturale. Inutile ricordare i danni provocati dalla goldinite acuta, dalla sgarbite seborreica o dal daverismo nozionista, mali provocati da un populismo capace di contare i numeri in entrata ma mai di far conoscere con precisione quelli in uscita. Qui viene la questione dei finanziamenti. Non credo che non ci siano fondi, ce ne sono e ce ne sono più di quanti si possa immaginare. Le istituzioni museali americane farebbero carte false per avere i soldi a disposizione per la cultura del nostro governo e delle nostre amministrazioni locali. Il problema è che, spesso, i fondi sono spesi male, con fretta, con l'assifio di avere la mostre eventospavento che produca "comunicazione" senza, appunto, valutare a lunga distanza che la cultura dovrebbe essere destinata a percorrere. Se l'Italia è quello che è lo deve alla visionarietà del suo passato, che organizza a sì il Palio di Siena, ma costruì a anche Piazza del Campo, che creava feste pirotecniche sontuose, ma commissionava anche il Giardino di Boboli che impazziva per la regata nel Canal Grande ma finanziava anche Tintoretto e Tiziano. Tra cento anni qualcuno riconsidererà mostre come Gli Impressionisti e la neve, il Male o Panpartout? Sarà questo il patrimonio culturale che avremo lasciato alle generazioni che ci seguiranno? La gente non sa che con i budget impegnati per due mostre-evento in una qualsiasi città italiana ci sono musei, in Europa, che potrebbero costruire un programma continuativo e consistente di grande qualità per un intero anno. Nel tentativo di trovare, neanche di dare, una funzione culturale alla struttura del Meccano tessile di Firenze, sono stati sperperati probabilmente più di 50 milioni di euro, e l'edificio giace ancora vuoto e abbandonato? Sapete che 50 milioni di euro sono li budget annuale di quattro musei americani? I soldi ci sono non raccontiamoci bugie, caso mai non ci sono le persone con la capacità di far rendere questi soldi nel snodo migliore possibile, considerando la cultura uno strumento per la qualità sociale e non uno specchietto per le allodole e per gli allocchi dell'industria dell'intrattenimento. Infatti un altro grave malanno delia nostra cultura è l'averla svilita da esperienza formativa, illuminante e di crescita a semplice e minore forma d'intrattenirnento. Se oggi Capello o Simona Ventura visitano un museo non sono loro a sentirsi intimiditi da anti alla rivelazione delle opere d'arte ma, molto probabilmente, i curatori e il direttore del museo davanti a loro. Il che esemplifica la scala dei valori della nostra società e del perche c'è chi, addirittura, e vergognosamente, ha li coraggio di definire il ministero della cultura un ministero minore. Come se negli Usa il ministero della difesa fosse considerato un ministero minore. Su questo dobbiamo levarci tanto di capello davanti alla Francia, che ha sempre considerato la cultura un'arma fondamentale di ogni governo e della propria identità. Non solo, la Francia ha sempre investito nella complessità della cultura, considerandola un laboratorio dove la storia non poteva fare a meno della contemporaneità e viceversa. Senza una visione del futuro anche il patrimonio del passato rischia di collassare. Perdere la lotta con l'Italia in miniatura vorrebbe dire far diventare l'Italia adulta un parco a tema culturale e l'autenticità diventa semplice attrazione, svuotata del suo valore storico. Per questo al fianco della storia deve nascere anche, in modo provocante, il domani. Si può dire quello che si vuole dell'architettura che oggi contiene l'Ara Pacis, ma è proprio un esempio chiaro di cosa significhi valorizzare, non svendere, il bene culturale e il domani. Che poi sono il bene e il domani di tutti noi.
Il Riformista
1 Giugno 2006
L'arte non è solo un souvenir, ma un'identità visionaria
FR
Francesco Bonami
Il Riformista
Il presidente del Consiglio superiore per i Beni culturali e paesaggistici, Salvatores Settis, ha espresso preoccupazioni sullo stato del patrimonio culturale italiano, che sta essere trasformato in "souvenir" e "attrazioni" per il turismo. Le mostre-evento sono considerate dannose per la cultura, poiché attaccano la percezione stessa di cultura e la trasformano in un fenomeno da rotocalco o televisione. Settis sostiene che il beneculturalismo è un fenomeno miopico e orgasmatico, che viene mantenuto in vita da una "flebo di preview e recensioni" e che non investe nella qualità dell'offerta culturale.
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Bene culturale
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