Trentuno dicembre 2003: è la data per la definitiva «mercantilizzazione» del patrimonio pubblico? È, questa, la data entro la quale si concluderà il nuovo capitolo di Patrimonio s.p.a.: quello che concerne il collocamento di un «fondo comune di investimento immobiliare di tipo chiuso», ulteriore strumento di cui la società creata da Tremonti, e amministrata dall'ex-vicepresidente della Bei Massimo Ponzellini, si sta fornendo per «valorizzare» il patrimonio dello Stato, In tempi stretti, appunto: l'avviso apparso l'altroieri su alcuni quotidiani, con cui la società insediatasi nei primi mesi di quest'anno in via del Quirinale annuncia di cercare una società di gestione di risparmio «di comprovata esperienza» cui affidare l'incarico di istituire e gestire il Fondo, dà come termine ultimo per la presentazione delle domande il 13 giugno. Mentre lo stesso Ponzellini, in un'intervista all'agenzia Reuters, chiarisce che la partita - avviamento del collocamento del fondo e chiusura - dovrà aprirsi e concludersi, appunto, tra ottobre e dicembre. Ora, cerchiamo di capire anzitutto a cosa serva questo nuovo strumento in senso tecnico, e quali siano le finalità «strategiche» che ad esso annette Patrimonio s.p.a.. Poi, cerchiamo di capire la sua portata politica: se, - come per i Ds denuncia la reponsabile culturale Franca Chiaromonte - così «il ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, realizza finalmente il suo sogno: sostituirsi al ministro per i Beni culturali». Insomma, se siamo di fronte a un capitolo cruciale, addirittura definitivo, della «tremontizzazione» (leggi mercantilizzazione e svendita) dei beni pubblici. Storici, artistici e ambientali compresi. Ponzellini alla Reuters spiega che il progetto mira alla creazione di un Fondo del valore complessivo tra 800 milioni e un miliardo di euro, con una partecipazione dei privati, sottolinea, inferiore al 50. Insomma, questo sarebbe lo strumento attraverso cui lo Stato manterrebbe il controllo sulla gestione dei suoi beni. Ma cosa andrà finire dentro la nuova «scatola»? Tutto ciò che non è «cartolarizzabile». Dunque, che non è stato soggetto delle operazioni avvenute nei primi mesi di questo 2003. A via del Quirinale spiegano che, in termini di efficienza, la cartolarizzazione funziona con i beni di tipo residenziale e standardizzati. Per capirci, i sessantacinquemila appartamenti di enti previdenziali dell'ultima tornata di vendite, quella di Scip 2: cartolarizzarli significa costringere gli enti che li possiedono a venderli a marce forzate, in due anni, in teoria agli inquilini che li acquistano a costo ridotto, col diritto di prelazione (obiezione: nei fatti gran parte degli inquilini sono troppo anziani per ottenere mutui e, entro qualche anno, si ritroveranno per strada). Il Fondo, invece, lo definiscono «una privatizzazione lenta»: dentro, ci finirà un mix di beni «che rendono bene» e beni «che vanno valorizzati», ovvero, fanno l'esempio, palazzi già affittati a prezzi di mercato ed edifici che invece vanno restaurati per poterli, poi, vendere meglio, o affittare meglio. Si noterà che si continua a parlare di «edifici», di «palazzi»: insomma, i privati verranno coinvolti solo nella gestione di unità immobiliari. E stamattina, sul quotidiano romano Il Tempo, colpevole di aver pubblicato ieri un pezzo sull'argomento accompagnandolo con la foto del Colosseo, appare una lettera con cui Patrimonio s.p.a. precisa che «la politica della società» è non includere nel fondo «beni di particolare valore artistico e culturale». Il Colosseo no, non andrà mai a finire nel portafoglio che la società sta selezionando, «in quanto non» nella sua «disponibilità». Ma è vero? Rieccoci alla madre di tutte le operazioni di Tremonti: la creazione di Patrimonio s.p.a e Infrastrutture s.p.a.. Cioè quella legge 112 del 15 giugno 2002 che, di fatto, ha «sdemanializzato» tutto: centinaia e centinaia di chilometri di spiagge come migliaia di ettari di parchi, palazzi come giardini storici. E ha bypassato il cosiddetto «decreto Melandri» che stabiliva le categorie dei beni pubblici e i vincoli alla loro alienabilità. Legge, quella 112 ritenuta un monstrum dagli esperti di mezzo mondo, che, in più, ha messo in questo calderone beni che prima di Tremonti nessuno considerava passibili di vendita, dunque storicamente «non» vincolati: sul genere Colosseo, appunto. Legge che bypassa, se non bastasse, la normativa sul cambio di destinazione d'uso: un carcere ospitato in un palazzo seicentesco può diventare un residence, l'area costièra su cui sorge un poligono di tiro può diventare un villaggio turistico. Il ministro Urbani, nel corso dell'ultimo anno, ha giurato e spergiurato che vincoli e criteri di alienabilità saranno reintrodotti e rispettati. Ma, per ora, chi li ha visti? E chi ha sentito Urbani anche in questi giorni? Dunque, quello che si delinea è che entro il 31 dicembre 2003 un imprecisato patrimonio di noi tutti va in gestione a una società mista pubblicoprivato che, di fatto, seguirà i criteri di un'agenzia immobiliare: il profitto, sennò perché mai i privati dovrebbero interessarsene?