Quando Giuliano Urbani si insediò per guidare il ministero per i Beni e le attività culturali non ci mise molto a capire che l'allora Consiglio nazionale dei beni culturali per lui era un intralcio: poteva essere una spina nel fianco avere gente, magari competente, che dava pareri sull'attività del dicastero. Poteva essere faticoso ignorare chi magari contestava progetti come quelli, poi abortiti grazie soprattutto alle proteste, delle vendite del patrimonio artistico. Così Urbani esautorò l'organismo, Giuseppe Chiarante lo lasciò indignato, il ministro lo riassestò a sua misura, non lo convocò quasi mai, lo ribattezzò Consiglio superiore (per avere «un'alta consulenza» e dare più tono). Adesso il ministro e vicepremier Francesco Rutelli propone di far presiedere il consiglio - che resta superiore - a Salvatore Settis, direttore della Scuola Normale di Pisa, docente di storia dell'arte e dell'archeologia. Il quale era già consigliere dello stesso Urbani ma autore anche di articoli contro la distruttiva politica di Urbani e Tremonti e di un libro-pamphlet decisivo, nel 2002: Italia spa. L 'assalto al patrimonio culturale. Rutelli lo propone, Settis valuta, così vuole la forma. In realtà la cosa è fatta, Settis presiederà il Consiglio superiore dei beni culturali. Anzi, prima di tutto dovrà rimetterlo in piedi. Intanto la proposta (cioè la nomina) riscuote già l'entusiasmo del Fondo per l'ambiente italiano (Fai), di Italia Nostra e di tanti che hanno a cuore il patrimonio artistico italiano. Intanto Rutelli annuncia che rivedrà il Codice Urbani e che «l'impostazione astrattamente economicistica del nostro patrimonio» degli ultimi cinque anni, il voler far cassa per tappare i buchi di bilancio, è idea molto lontana «dagli orientamenti» del nuovo governo. Impostazione di cui si vedono peraltro i frutti. A Pompei, dopo che una legge voluta da Buttiglione ha prelevato prima 30 e poi 6 milioni di euro agli scavi, il soprintendente Guzzo denuncia che le casse sono vuote e i progetti fermi. Nel frattempo si fanno sentire i sindacati. Libero Rossi della Cgil di settore scrive a Rutelli che affidare il dicastero a un ministro che è anche vicepremier e capo di un partito significa sottovalutare «in modo grossolano» i beni culturali. Rossi aggiunge: ci sono troppi direttori generali, superflui e costosi, lasciati in eredità dal precedente governo. E le direzioni regionali hanno fallito per cui la Cgil (e non solo la Cgil) ritiene che vadano abolite. E la Uil con Gianfranco Cerasoli ricorre al Tar del Lazio contro la permanenza del capo dipartimento dei beni culturali e paesaggistici Sicilia oltre l'età da pensione (67 anni): proroga decisa dal'ex Buttiglione, confermata dai ministri Rutelli e Nicolais (alla funzione pubblica) ma per il sindacalista premia un burocrate e impedisce di assumere 12 dirigenti.