Forse sarebbe meglio che l'opera restasse nel suo sito originario Sono assai lieto che si sollevi interesse verso la Pala di San Zeno, anche in considerazione dello stato conservativo non brillante dell'opera, che ho potuto verificare personalmente in occasione di analisi svolte un anno e mezzo fa. Parto dall'assoluta convinzione che al suo meglio una mostra seria debba necessariamente occuparsi sia dell'ottimale conservazione delle opere, sia della loro conoscenza e divulgazione di qualità, ma alcune ombre cupe permangono, a mio avviso, su entrambi gli aspetti, nel metodo e nel merito. Pongo pertanto alcune questioni che mirano non al «pòlemos» bensì al dialogo. 1. Perché solo oggi, e così a ridosso della mostra-evento, la Soprintendenza si attiva? Lietissimo del coinvolgimento dell'Opificio delle Pietre Dure, e per fortuna lo si è chiamato, ma non vorrei trovarmi nei panni loro, panni di chi un po' in fretta e furia vien contattato per problemi che non hanno il carattere di un'emergenza ma finiscono per averlo, e deve farlo con strette limitazioni operative. 2. Siamo d'accordo che l'opera, coi tempi opportuni che saranno decisi, vada restaurata in tutte le sue parti, dalla pellicola pittorica al supporto ligneo alla complessa macchina della cornice. Ma quali garanzie dà lo spostamento dell'opera (anche la cornice oltre alle tavole dipinte) in un contesto microclimatico profondamente diverso dal suo abituale? 3. Perché nessuno, nessuno, ha intrapreso per un anno, o almeno per i mesi da settembre a dicembre del 2005 e del 2004, gli stessi della mostra, i monitoraggi adeguati, con più sonde dislocate nell'abside a distanze diverse dall'opera e pure a contatto, e non solo condotte con un singolo termoigrometro. Né studiato della tavola deformazioni con metodi laser, ad esempio. Monitoraggi che erano da farsi nel luogo in cui la pala vive e, se mai sarà spostata, tornerà a vivere, correlando i dati con il clima esterno e con l'attività dell'impianto di riscaldamento della chiesa. Perché non si è intrapresa con almeno un anno di anticipo, ma anche con due o tre, tale campagna di misure? Fissare, in mostra e nei laboratori di restauro, anche ammesso di riuscirci con le corrette tolleranze, condizioni di temperatura e umidità stimate ragionevoli, è comunque ipotizzare dei valori medi che non sono quelli cui l'opera è abituata nell'excursus suo annuo. È questo rigorosamente corretto? 4. Posto che mi risulta non si rispettino in chiesa alcune elementari norme di rispetto verso il dipinto, tanto che, ad esempio, vi vengono collocati vasi di fiori e piante a ridosso in alcune occasioni liturgiche, andrebbero anche valutate e progettate, e auspichiamo ne sia questa l'occasione, le condizioni ottimali di microclima per meglio conservare l'opera in situ, partendo dai risultati degli auspicati monitoraggi. 5. Sarà seriamente valutata l'opportunità, consigliabile per l'opera, crediamo, di eseguire in loco le operazioni di restauro, come si trattasse di bene non mobile, come fosse un affresco, per quanto sia da smontare tutta la struttura? Ad esempio nella zona dietro l'altare, così da non alterare troppo le condizioni ambientali consuete?. Certo si interferirebbe per qualche tempo con la liturgia, eppure molte chiese affrontano agilmente simili disagi - con la saggia disponibilità da parte della curia e del parroco. 6. Esiste parallelamente un'altra questione, di carattere eminentemente culturale ed educativo: non è forse più corretto che le persone visitino, apprezzino e capiscano l'opera nel suo contesto originario, quel tessuto di arte e storia che lo stesso Mantegna, e il committente e grande umanista Gregorio Correr, conoscevano e studiavano? Non serve forse una mostra anche per educare gli sguardi, le persone? 7. Perché non garantire in situ, con l'alto apporto di affetto e di fede che gli stessi religiosi e i fedeli della meravigliosa San Zeno potrebbero offrire, un percorso di avvicinamento sia culturale e spirituale che materiale alla pala contestualizzata e nella sua cornice architettonica che le è profondamente parte? Magari solo alcuni giorni della settimana, in determinati orari, con l'uso di agili transenne, rimovibili durante le celebrazioni. Mentre in mostra l'opera andrebbe virtualmente, con l'uso delle immagini. Spostare quest'opera in mostra pare a me quasi esporre un bellissimo animale, vivo, allo zoo, o, impagliato, in un museo di Storia Naturale. Gianluca Poldi Fisico, esperto di conservazione e diagnostica di opere d'arte Università di Milano e Verona
Pala di San Zeno - Perché solo adesso interviene la Soprintendenza?
L'opera "Pala di San Zeno" di Mantegna è stata oggetto di una mostra in un museo, ma l'autore dell'articolo, Gianluca Poldi, esprime dubbi sulla sua conservazione e sulla sua esposizione. Egli sostiene che la mostra non ha seguito un metodo adeguato e che non sono stati condotti monitoraggi adeguati per valutare le condizioni di conservazione dell'opera. Inoltre, Poldi chiede di sapere perché la mostra non ha valutato l'opportunità di eseguire il restauro dell'opera in loco, come se fosse un bene non mobile.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo