Bel Paese Estremo Oriente. L'arte italiana dell'ultimo mezzo secolo arriva nella megalopoli cinese. Mentre in quella giapponese sta per nascere un quartiere tutto "tricolore" Intanto, uno scatto d'orgoglio: «Nel 1993, alla Biennale di Venezia da me diretta, sono stato il primo critico occidentale ad aver esportato l'arte d'avanguardia della Repubblica popolare cinese presentando Passaggio ad Oriente, con 30 artisti che ho scelto personalmente in vari mesi di ricerca a Pechino», dice Achille Bonito Oliva. Poi, la notizia dell'evento prossimo venturo: «A distanza di tredici anni, gioco la partita di ritorno e porto in Cina "Italy made in Art: Now" sull'arte italiana dell'ultimo mezzo secolo, che sarà ospitata nel nuovo Museo di arte contemporanea di Shanghai da domani al 15 luglio e che è promossa dall'Istituto per il commercio estero». Infine, precisa: «E' la prima mostra sull'arte di un paese occidentale, non solo su quella italiana, che si fa in Cina». Non si può certo dire che Bonito Oliva si sia fatto sorprendere dall'avanzata del "fenomeno giallo", dal Big Bang del grande Paese destinato a sconvolgere tutti gli equilibri socio-politico-economici del pianeta: dopo l'exploit della Biennale del '93, è stato ripetutamente a Pechino e a Shanghai dove, quattro anni fa, ha anche presentato nel vecchio Museo d'arte contemporanea una mostra sulla Transavanguardia, organizzata dagli Incontri internazionali d'arte. Ora nella megalopoli della Cina industriale arriva un evento che abbraccia un panorama completo - dalle arti visive al design, dal cinema al teatro, dalla musica alla danza - della creatività italiana dell'ultimo mezzo secolo e dei suoi protagonisti, da Lucio Fontana a Schifano, da Piero Manzoni a Pistoletto. da Bruno Munari a Zanuso, da Merz a Clemente, da Ugo Mulas a Oliviero Toscani. Che tipo di mostra è "Italy made in Art: Now"? «L'assetto della mostra è interdisciplinare, come faccio sempre da Contemporanea in poi. Ma tutti i linguaggi presentati hanno in comune una stessa idea progettuale, che parte dal Rinascimento, dalla costruzione della prospettiva, dalla capacità dell'arte di misurare la storia». Si può parlare, in questo senso, di "identità italiana"? «Sì. certo. L'arte italiana esprime questa identità perché coniuga senso della misura, vocazione manuale ed erotismo della materia. Non è prosciugata, anoressica, concettuale. Nel caso dell'arte contemporanea, questo cammino comincia con Lucio Fontana e, per quanto riguarda il design, con Bruno Munari». Qual è stato il ruolo di Fontana in questa evoluzione? «Fontana è il grande chirurgo della pittura italiana: sfonda il muro del suono della pittura, la superficie. Se la prospettiva è la costruzione illusoria di una profondità. Fontana questa profondità la realizza fisicamente, sfonda la tela, la taglia, e lo fa con una manualità, un'energia, una vitalità che sintetizzano tutto. Apre un discorso che viene portato avanti da Manzoni, Schifano e altri artisti...». Così l'arte contemporanea italiana arriva in Cina, paese al centro di mutamenti epocali: con quali prospettive nel campo dell'arte? «Potremmo dire, parafrasando una delle frasi più celebri della cultura occidentale: un fantasma si aggira per l'Europa, il "so-sialismo reale" della Cina. I cinesi copiano e donano tutto quello che arriva loro dall'Occidente e che ritengono interessante. In una Cina che ostenta a Shanghai un vero e proprio consumismo e a Pechino un benessere diffuso, questi artisti hanno capito perfettamente la lezione della Pop art trasferendola, comunque, in un contesto diverso. Il risultato è che, negli ultimi anni, si sono fatti apprezzare e conoscere in America e in Europa, assicurandosi un mercato e l'attenzione dei nostri collezionisti». Ma il successo di questo "sosiali-smo" non rischia di annullare l'identità di un popolo? «Non penso. Credo anzi che questa fase si stia esaurendo e stiamo già assistendo all'acquisizione di un'identità cinese non parassitaria. Alla periferia di Pechino c'è un vecchio palazzo che è stato trasformato in un grande centro di gallerie e studi d'artisti, con un'intensa vita notturna che ricorda la New York degli anni 60». Insomma, i cinesi non faranno harakiri? «No, hanno alle spalle una sicurezza imperiale che permette loro di assorbire, macinare ed espellere tutto quel che vogliono. Sono aiutati da Confucio, dal pragmatismo confuciano che li guida in ogni mossa. Se vogliamo capirli dobbiamo renderci conto che in Cina prima esisteva il popolo mentre adesso c'è anche il pubblico. Nel nord del paese, dove c'è ancora molta povertà, il regime grazie alle cooperative fa sopravvivere le popolazioni rurali. Ma nei grandi centri urbani ci sono oltre 5.000 miliardari... A Shanghai e Pechino c'è una media e alta borghesia che è interessata a quanto di meglio l'Occidente possa offrire. E vuole conoscere anche l'arte italiana».
La conquista dell'Est. Rinascimento a Shanghai
Achille Bonito Oliva, critico d'arte, presenterà a Shanghai la mostra "Italy made in Art: Now", che esporrà l'arte italiana dell'ultimo mezzo secolo, dal design al cinema, dalla musica alla danza. La mostra è promossa dall'Istituto per il commercio estero e sarà ospitata nel nuovo Museo di arte contemporanea di Shanghai. L'artista spiega che la mostra è la prima sull'arte di un paese occidentale in Cina e che copre un panorama completo della creatività italiana dell'ultimo mezzo secolo. La mostra è interdisciplinare e tutti i linguaggi presentati hanno in comune una stessa idea progettuale, che parte dal Rinascimento, dalla costruzione della prospettiva, dalla capacità dell'arte di misurare la storia.
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