E' arrivato il momento di cancellare definitivamente le periferie, almeno dal nostro vocabolario quotidiano. Questa la parola d'ordine che, ormai da molti anni, sembra caratterizzare il lavoro di Renzo Piano, l'architetto del Beaubourg di Parigi, della nuova Morgan Library di New York e dell'Harlem che sarà, ma anche l'autore del progetto di recupero (per conto del Gruppo Zunino) dell'Area Falck di Sesto San Giovanni, la Stalingrado d'Italia come era stata a suo tempo battezzata, presentato ufficialmente ieri. Oltre il muro della vecchia Falck ci saranno un milione e trecentomila metri quadrati con residenze e servizi, case e serre, piazze e stazioni, passerelle e sottopassi. E soprattutto con tanto «verde»: un milione di metri quadrati più il «verde» dei viali alberati e dei giardini pensili (l'ecosostenibilità e la salubrità sono altri elementi chiave del più recente lavoro di Piano) . Un progetto idealmente destinato a ricucire il «vuoto urbano» creato dallo smantellamento di una delle più importanti città delle industriali d'Italia. Un «vuoto urbano» che per molti è già «periferia» (quella di Milano) ma che Piano preferisce definire come uno dei tanti frammenti di una «città allargata». «Non si dovrebbe parlare più di periferia spiega l'architetto . O meglio si dovrebbe utilizzare questa parola soltanto nella sua accezione più negativa, come si trattasse di una malattia, per definire tutti quei luoghi della città dove l'integrazione non è mai avvenuta, dove non si può vivere ma nemmeno camminare, lavorare o studiare decentemente». E le nostre città, allora, come potranno crescere? «Recuperando quello che già c'è. D'altra parte non ci potrà più essere un'espansione selvaggia a macchia d'olio, piuttosto si dovrà pensare ad un'implosione degli spazi già esistenti, ad un recupero "totale" che non sia soltanto architettonico, ma anche sociale e civile». Qualcosa che porti anche «una ridistribuzione della ricchezza, non tanto economica quanto morale e ad una rivalutazione della memoria storica dei luoghi, qualunque essa sia». Alle parole di Piano (a cui giovedì la Triennale di Milano ha assegnato la Medaglia d'oro per l'architettura, per lui «il primo riconoscimento» arrivato dal nostro Paese) vengono in mente la civitas e l'urbanitas degli antichi. Niente di più lontano, però, dalla realtà dei centri commerciali. «La città non può ruotare attorno ad un rito compulsivo come il comprare a tutti i costi, di cui gli shopping cen-tre sono il tempio e Madonna è in qualche modo la massima sacerdotessa spiega l'architetto genovese premiato nel 1998 con il Pritzker . Niente di più lontano, al pari di certi ghetti più o meno di lusso, dalla mia idea di città che io immagino come uno spazio dove si dovrebbe certo poter anche comprarsi un gelato o una borsetta, ma anche fermarsi un attimo per leggere un buon libro, per pensare, per riflettere». E quello che sta cercando di fare anche ad Harlem? «Quello è un progetto difficile, ma il dialogo con le "realtà locali" è già stato avviato, ed è un dialogo aperto. Non ci sono conflitti in corso, ma piuttosto discussioni costruttive. Harlem è una sfida che ho accettato con entusiasmo. D'altra parte, a più di settant'anni, posso certo permettermelo: la mia generazione è cresciuta a colpi di sfide e considero quasi un mio dovere accettare il rischio. Mia madre diceva: l'amore non è polenta. Lo stesso vale per l'architettura, non serve a nulla se non c'è il rischio». Anche a proposito della nuova Morgan Library si era parlato di qualche contestazione da parte degli "indigeni": «Tutto passato, la signora che aveva fatto scattare la contestazione, mi ha détto: it's wonderful, è bellissima». Negli ultimi tempi si è parlato sempre più spesso di ecomostri, di abbattimenti fatti per «ricostruire meglio»: «L'abbattimento a tutti i costi mi sembra un'idea molto celodurista, quasi una dimostrazione di forza oer nascondere una debolezza. Certo, Punta Perotti e il Fuenti andavano comunque distrutti, ma non si può buttare giù (ad esempio) tutti i brutti palazzoni di Ponte Lambro. Si può anche cercare di recuperarli come è già successo, ad esempio, in certi quartieri di Lione». Piano, in qualche modo, sembra quasi proporre «un culto del passato» che ci riporta alla mente Giovan Battista Piranesi, l'architetto e incisore che nel Settecento realizzò bellissimi Capricci con rovine: «Anche le rovine non debbono essere necessariamente rase al suolo. Possono diventare, una volta sanate, bellissimi giardini-, altro che Kew Garden!». Molto dipende dal potere, non solo economico, ma anche politico: «Spero che il nuovo governo capisca l'importanza che ha una buona architettura nel suggerire alla gente un comportamento più morale che non provochi eccessi e violenza, un comportamento che spinga verso la tolleranza, verso un'idea di apertura agli altri e non di chiusura». Tolleranza potrebbe essere la parola chiave per il suo progetto a Sarejevo? «Quel progetto è un progetto difficile, ci sono difficoltà, non c'è la stabilità necessaria». E la sua nuova Genova? «Ho lasciato il progetto Leonardo (quello legato al polo scientifico) perché ne stavano tradendo lo spirito. A fine mese consegnerò il mio progetto per il Waterfront e poi lascerò fare agli altri. Riservandomi però quello che a Genova chiamano il diritto di mugugno, di criticare insomma quello che verrà eventualmente fatto».