UNA CAPITALE TRASFORMATA La metamorfosi di un terziario rivolto al mercato e non solo al pubblico, l'offerta culturale e turistica hanno riportato l'Urbe nel circuito delle grandi metropoli mondiali. La crescita di attività produttive a elevato contenuto tecnologico ha consentito di raggiungere un tasso di sviluppo molto superiore a tutto il resto d'Italia La vulgata è che il tessuto economico e produttivo romano, che fa da traino al Lazio, abbia realizzato lo scatto in avanti grazie alle condizioni di buongoverno offerto dal 1993, dalle due giunte Rutelli e da quella uscente guidata da Walter Veltroni, che domenica e lunedì si misurerà con Gianni Alemanno per la conferma a sindaco. In realtà a riconoscere che non è vero non è solo Giuseppe De Rita, il più acuto osservatore delle trasformazioni avvenute nel tessuto territoriale, ma anche i più avvertiti della classe dirigente postcomunista - quella che con maggior assiduita ha «presidiato» le trasformazioni economiche, alla costante ricerca di un rapporto di interlocuzione diretto che scalzasse dalle fondamenta il vecchio ceto politico delle giunte Signorello, Giubilo e Carraro. È negli ultimi anni del pentapartito - su assi di sviluppo come lo Sdo, i Mondiali di Calcio del '90, la legge su Roma Capitale 396, anch'essa di quell'anno - che dal vecchio e classico blocco edilizio si sviluppa una proliferazione trasversale di attività sempre più terziarizzate e finanziarizzate. I «poteri forti» romani emergenti sembravano la Fiat e la Ferruzzi, i Ligresti e i Romagnoli. Oggi la geografia dell'Unione industriale e della Camera di commercio romane presenta una realtà assai diversa. A mutare, sono stati, i «classici» della debolezza romana d'impresa: dipendenza dai centri decisionali politici, sottocapitalizzazione, bassa intensità media di valore aggiunto, bassi tassi di attività. L'impresa romana si è emancipata dalla terziarizzazione espressa dal decisore pubblico, locale e nazionale. E, come sempre, l'emancipazione ha prodotto conseguenze positive. Roma si è comportata da Città-Stato anseatica, con ritmi di crescita del Pil procapite di quasi il 7 nell'ultimo quinquennio, mentre la media italiana risulta pressoché stagnante, con un aumento dell'occupazione doppio rispetto alla media italiana, con un aumento del tasso di attività femminile mentre in Italia alla stagnazione ha fatto registrare un nuovo passo indietro. Tutto ciò per una triade di fenomeni: allargamento sensibile del terziario volto ai servizi di mercato, che per intensità di capitale investito supera oggi addirittura la media milanese; balzo in avanti in alcuni segmenti di business manifatturiero a forte specializzazione, per esempio nella meccanica avanzata e nella componentistica di precisione; infine, qui torna in ballo la politica, un'ottima capacità di coordinamento delle iniziative di promozione e di messa a sistema dell'offerta culturale, ambientale, architettonica e «sacra», con un'esperienza pilota di «accoglienza urbana». Roma non era nel circuito delle grandi città d'arte. Oggi, con tassi di crescita degli afflussi nazionali ed esteri da anni a due cifre, è «il» modello che molti tentano di imitare. IL problema irrisolto è la rappresentanza. In Confindustria, come trasversalmente nei «salotti buoni» tradizionali dell'asfittico capitalismo italiano, sin qui restii ad aprire le porte ai grandi gruppi romani, si tratti dell'editoria o degli intrecci del credito. Non si tratta solo dei destini di Geronzi o Caltagirone, ma delle ambizioni di una rete di molte decine di imprese leader che premono con sempre maggior determinazione, alle porte dei vecchi intrecci «nordisti». Per capire se scommetterano su Veltroni, come asset per contare di più, il conto lunedì sera sarà presto fatto. Rutelli, dopo la vittoria al ballottaggio contro Fini col 53, al secondo mandato fu confermato al primo turno con il 60,5 dei voti. Veltroni, cinque anni fa, al ballottaggio contro Tajani rimase sotto il Rutelli del '93. Oggi deve superare il Rutelli del '97 e persino il suo 60, per sentirsi davvero «incoronato».
A voi Roma, la Città-Stato
Roma è diventata una capitale trasformata, con un tessuto economico e produttivo che si è sviluppato grazie alle condizioni di buongoverno e alle politiche di promozione. La città ha raggiunto un tasso di sviluppo molto superiore a quello dell'Italia, con una crescita del PIL procapite del 7% nell'ultimo quinquennio. La città si è comportata come una Città-Stato anseatica, con un aumento dell'occupazione e del tasso di attività femminile.
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