Basta! Siamo stufi di questa stampa anglosassone che suona le campane a morto per l'Italia, un giorno si e un giorno no. Qualche giorno fa sul New York Times, Mark Landler e lan Hscher, ci raccontavano della crisi italiana partendo da una fabbrica, a gestione familiare, di valvole di ottone, di non so dove, in crisi per colpa dei cinesi. Qualche giorno prima sul Financial Times la classifica dell'innovazione ci dava al 56mo posto. Se uno volesse sfuggire alla depressione delle testate italiane, di giornale e quelle contro il muro, tutte dedicate allo scandalo del calcio, il Pallongate, ground zero della nostra quotidianità tradita, per rifugiarsi nella stampa estera, se lo scordi. L'Italia malata d'Europa, con anche il turismo in cancrena, è un bersaglio troppo ghiotto per i «turisti della democrazia», come mr. B appostrofava, gli altri paesi dell'Unione Europea, quando criticavano la sua baldanza governativa. La colpa, comunque, non è dei cinesi, che si fanno, come tutti d'altronde, gli affari propri. Perché, se la valvola gli viene bene a un terzo del costo, dovrebbero mai farla, male, spendendo tre volte tanto? L'imprenditore della bassa la dia da fare a loro, guadagnandoci un po' meno, invece di continuare a farla, come se fosse un raviolo, insieme a moglie, mamma, figli e nipoti. Comunque, cinesi o trevigiani che siano, a noi importa poco. Quello che ci sta veramente seccando è questo funerale, prepagato e prepianto, che ci circonda. Sono convinto che l'Italia abbia moltissime cartucce da sparare e cose da dire. Il problema è che continua a voler sparare pallottole nuove con l'archibugio e a cantare le sue idee con la voce di Gino Bechi (famoso tenore che viveva vicino a casa mia, al momento deceduto nda). Insomma pensate se Mogol invece di Battisti o Mina avesse voluto far cantare le sue canzoni allo zio stonato o alla nonna moribonda. Così è, invece, proprio la situazione italiana. Il nostro zio stonato è l'lce, Istituto per il Commercio Estero, le nostre nonne, moribonde, escluso qualche rarissimo caso, gli Istituti di Cultura Italiana. Mentre il British Council, il Goethe Institute, l'Afaa francese, Pro Helvetia o la Mondriaan Foundation in Olanda, s'impegnano a promuovere e sostenere il meglio della loro cultura all'estero, la maggior parte degli istituti italiani, per altro sostenuti da fondi ridicoli ma con stipendi golosissimi, non fa altro che tentare di piazzare, di qua e di là, amici artisti o opere d'arte da collezioni e galleristi limitrofi, ignari di come funzionino, e di cosa vogliano, i sistemi museali e culturali, dentro ai quali, dovrebbero fare arrivare, il meglio della nostra cultura. Proprio in questi giorni mi è capitato di sentire, da una giovane e brava curatrice di Guangzhou, esterefatta, che un nostro sotto rappresentante culturale, in zona, le aveva appena proposto, anzi quasi imposto, una mostra di quadri, di uno sconosciuto individuo, per celebrare l'anno Italia-Cina. Se la poveraccia avesse ceduto alle lusinghe, economiche, e alle minacce culturali dello scriteriato, il pubblico cinese avrebbe avuto sotto gli occhi non un progetto artistico, come tanti ce ne sono nel nostro paese, interessante e innovativo, ma una bufala da sesto mondo, facendosi l'idea che quello è il meglio che l'Italia possiede e produce. Questo esempio, ahimè, è soltanto uno dei tanti che capitano, in molte altre parti del mondo, continuamente, spesso superando, con successo, il filtro della saggezza e della preparazione locali , come nel caso della curatrice di Guangzhou. Lo zio Ice, non è da meno, la lista dei progetti, molti dei quali di arte contemporanea, che saranno esportati in Cina per l'anno degli scambi e della fratellanza, valvole di ottone a parte, fa accapponare la pelle. Da Marco Polo siamo passati al pollo marcio. Ci lamentiamo che l'arte italiana contemporanea non abbia la stessa rilevanza di quella inglese, svizzera o tedesca, ma quello che continuiamo a esportare, con i soldi del contribuente, è roba del tipo Fabrizio Plessi, una delle voci più forti dell'assistenzialismo creativo, che escono dal megafono dell'infiltrazione e dello smerdo estero. L'Italia giovane e innovativa rimane al palo, snobbata da quelle istituzioni che, non solo, avrebbero il dovere istituzionale di conoscerla e seguirla, ma anche di promuoverla con investimenti qualificati, non sperperi da squalifica. Esempio alla mano, il direttore della Biennale di Shanghai, una delle mostre più qualificate in Asia, organizzata dallo Shanghai Art Museum, che aprirà il prossimo settembre, ha chiamato, nella squadra dei suoi collaboratori, un giovane e bravo curatore italiano, Gianfranco Maraniello, e ha invitato sei, bravi, artisti, fra i 90 della mostra, dal nostro paese. Sconsolato, mr. Zhang Qing m'informava, che fra i pochi a non avere, ancora, nessun sostegno economico, dalla propria nazione, sono proprio gli italiani. Qualche metro più in là, in un piccolo museo, il nostro governo finanzia, due mostre, una addirittura di una collezione privata, simboli di un'Italia stracotta, sfornando parecchie centinaia di migliaia di euro. Pare che la nostra immagine sia condannata a essere legata o al lusso o al lesso. Siamo al 56mo posto della classifica non tanto per le fabbriche di viti che non si sanno aggiornare nella loro produzione , ma perché, il più delle volte, quello che viene promosso fuori è da retrocessione. L'entusiasmo interno deve essere corrisposto da quello che gli inglesi chiamano «feed back», ritorno di cibo, in questo caso entusiasmo e sorpresa da fuori. La gente ci vede in crisi non avendo l'opportunità di conoscere tutto quello che non è in crisi. Visto che della Cina continuiamo a parlare, facciamo una bella rivoluzione culturale negli Istituti italiani all'estero. Poi, visto che l'Ici non c'è più chi la vuole abolire, aboliamo almeno l'Ice. Qualcosa risparmieremo, di sicuro le brutte figure.