Attività intensa in Piemonte, dove sono stati definiti 170 provvedimenti di tutela da parte di un centinaio di enti pubblici In giornate in cui sotto i riflettori c'è un altro Codice quello Da Vinci, nella versione cinematografica quasi passa in secondo piano il genetliaco del "Codice dei beni culturali e del paesaggio". Di anni ne compie due e i primi bilanci sono, nel complesso, positivi. In Piemonte, per esempio, lo sprint dato dal provvedimento noto anche come "Codice Urbani" dal nome del ministro che lo adottò (Dlgs 422004, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 45 del 24 febbraio 2004) ha innescato ben 170 interventi di tutela. A metterli in campo, oltre cento enti pubblici. In Liguria, i primi effetti si sono visti proprio nei giorni scorsi: la Giunta regionale ha varato, prima in Italia, il Testo unico in materia di Cultura. La disposizione, che armonizza una normativa di riferimento frammentaria, recependo proprio i suggerimenti del Codice, inizia ora l'iter consiliare per l'approvazione definitiva. La Valle d'Aosta, avvalendosi di una delle possibilità offerte dal Dlsg 42, ha affidato all'Università Cattolica di Milano lo studio di valorizzazione dei numerosi castelli sparsi sul suo territorio. Certo, non tutto sta filando liscio. Poco si è fatto, per esempio, sul fronte della tutela del paesaggio. È ai primi passi in questa direzione, con due provvedimenti legislativi e la partecipazione a un bando europeo, il Piemonte. E a essere messa in discussione da parte di qualche addetto ai lavori è la concezione, ritenuta ancora troppo old-style, della tutela centralizzata e basata soprattutto sul concetto del "vincolo". Meglio sarebbe, suggeriscono alcuni esperti, una gestione attiva del bene risorse economiche permettendo meglio se inserita in una visione che coinvolga il territorio in cui è inserito e, magari, anche la società civile nel suo complesso. Il Codice, in buona sostanza, non sta favorendo il "sistema", il gioco di squadra. E pur avendo le norme appena due anni di vita, pochi giorni fa, il 12 maggio, sono entrati in vigore due provvedimenti che hanno chiarito qualche passaggio. In particolare, il ruolo delle fondazioni: ora i soggetti di origine bancaria possono partecipare alla costituzione di una fondazione purché concorrano al finanziamento delle attività; privati di tipo diverso possono essere ammessi solo espletando gare con procedure a evidenza pubblica. TORINO Due candeline sulla torta del codice dei Beni culturali e del paesaggio sono poche, dimensionate a un settore i cui tempi geologici scandiscono gli sviluppi più rilevanti (l'ultima legge in materia di riordino dei beni culturali risale al 1939), ma può essere un dato da cui partire per un bilancio su una creatura legislativa che sta crescendo. «Questi primi due anni di applicazione del Codice hanno visto in Piemonte risultati importanti», rileva Mario Turetta, direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici. Un esempio significativo viene dall'avvio delle procedure di verifica dei beni culturali di proprietà pubblica, che hanno visto emanare, d'intesa con oltre cento enti pubblici, un numero importante (170) di provvedimenti di tutela. «In prospettiva dice Turetta pensiamo che potranno uscire alla luce del sole, grazie a queste nuove procedure, i moltissimi beni di proprietà degli enti». Ma al Codice non ha certamente giovato la lunga campagna elettorale, che tiene, per motivi diversi, ancora impegnati il governo e gli enti locali, rallentandone, di fatto, l'applicazione effettiva. Secondo Daniele Jalla, presidente dell'International council of museums (Icom) e membro del Consiglio superiore dei beni Culturali, i problemi stanno però all'origine: «La nascita del Codice sostiene non è stata preceduta e accompagnata da un dibattito serio sui nodi concernenti la normativa e gli impegni finanziari e culturali». In sostanza, i principi ispiratori del testo di legge sono ancora, in larga misura, legati a una vecchia concezione della tutela centralizzata, che utilizza lo strumento del vincolo cui non segue un processo attivo di gestione del bene, per mancanza di fondi, principalmente, di competenze professionali adeguate e per l'elevata burocratizzazione che rende difficili le collaborazioni tra enti istituzionali diversi. Quello che si propone, al contrario, è un modello di tutela attiva, nella quale sono coinvolti tutti gli attori del sistema culturale e, in particolare, le reti decentrate costituite dai musei, con il personale non esclusivamente legato alle collezioni ma che interviene sui beni presenti in tutto il territorio di riferimento. Infatti, i conservatori dei musei civici torinesi si occupano anche della Fabbrica Carpano, dei rifugi antiaerei o del fondo Lenci, operando nella logica del museo diffuso, «con un metodo concertativo che il Codice incoraggia», osserva Fiorenzo Alfieri, assessore alle Risorse e allo sviluppo della cultura della città di Torino. Una delle esigenze più sentite da coloro che si trovano nelle istituzioni museali comunali, provinciali e regionali piemontesi è una maggiore integrazione delle prassi di tutela e di valorizzazione, secondo una logica a "cerchi concentrici", che origina dal bene, dai problemi di tutela e conservazione, e poi si allarga con la gestione connessa al territorio circostante. È ciò che sta avvenendo nell'area del Pinerolese, nelle Langhe e in Valle di Susa: quest'ultima, in particolare, sta attuando un piano di valorizzazione integrata territoriale, che coinvolge 37 comuni. «E da quattro anni afferma Gianluca Popolla, direttore del centro culturale di Susa che lavoriamo, con un finanziamento di 14 milioni, al progetto, con il quale si rende fruibile in rete il patrimonio della bassa e alta Valle». Con lui concorda Daniela Formento, dirigente dell'assessorato ai beni culturali della Regione Piemonte, ponendo l'accento sul lavoro ancora da svolgere: «Individuare per ogni area territoriale la sua identità, farne emergere l'anima autentica, su cui costruire piani di riqualificazione e promozione coordinata». Anche per Luca Dal Pozzolo, vicepresidente della Fondazione Fitzcarraldo e direttore dell'osservatorio culturale del Piemonte, è opportuno «ragionare su progetti integrati d'area, per i quali il Codice può essere uno strumento, ma rischia di essere un'arma spuntata se non si costruisce un'adeguata cultura della gestione che coinvolga la società civile nel suo complesso». Nel frattempo con il Dlgs n. 1562006 per i beni culturali e il Dlgs n. 1572006 per il paesaggio, entrati in vigore il 12 maggio scorso si è avviato un processo di riscrittura del Codice, di particolare importanza per quanto concerne il tema più innovativo della gestione. «Grazie anche all'esperienza pionieristica della Fondazione Museo Egizio precisa Alberto Vanelli, direttore dell'assessorato ai Beni culturali della Regione Piemonte ed estensore dei nuovi articoli ci si è accorti che riordinare, catalogare e inventariare milioni di pezzi e, nel contempo, intavolare trattative sindacali per inquadrare il personale nella nuova organizzazione presuppone una certa complessità metodologica e normativa». D'altro canto, la puntuale indicazione dell'Unione europea sull'affidamento diretto di un bene a una fondazione o a un altro ente richiede una messa a punto più precisa del Codice, in quanto c'è il nodo del rapporto con la concorrenza da risolvere. Con un esempio. Se all'interno di un'ipotetica fondazione, ci fossero dei privati, come nel caso dell'Egizio (leggi Compagnia di San Paolo e Fondazione Crt), l'obiezione potrebbe essere: perché non includerne anche altri? Alcune presenze sono definite "private", ma in realtà le Fondazioni d'origine bancaria appartengono impropriamente al settore privato, non percependo guadagni economici bensì puramente d'immagine. Nella nuova versione del Codice, con le modifiche introdotte negli articoli 112-115, si da soluzione al problema. Nei nuovi articoli si è espressamente chiarito che i soggetti d'origine bancaria possono partecipare alla costituzione di una fondazione purché concorrano al finanziamento delle attività. Volendo introdurre privati di tipo diverso (società, aziende, enti vari), le modalità di reclutamento dovranno essere necessariamente a evidenza pubblica. In Vallèe la Cattolica studierà la valorizzazione dei castelli Ivana Mulatero Tra le novità del Codice Urbani, ancora tutta da sperimentare, c'è quella che prevede la presenza di organismi che predispongano il progetto di valorizzazione. Ministero, Regione e gli enti locali dovranno insediare delle commissioni, cui potranno partecipare anche le fondazioni d'origine bancaria, con il compito di redigere un piano di gestione per il bene oggetto d'interesse. E così, uno gruppo di studio che fa capo dall'Università Cattolica di Milano è all'opera su incarico della Valle d'Aosta. La Regione vorrebbe rivedere alcuni poli d'eccellenza culturale. Secondo il presidente della Regione, Luciano Caveri, «il sistema di valorizzazione dei castelli è da rilanciare seguendo nuove metodologie e obiettivi. Quello che vorremmo è esaltare al meglio il loro gran potenziale culturale, turistico ed economico». La Regione Piemonte ha affidato a un'equipe di studiosi (coordinata da Marco Cammelli, preside della facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Bologna) l'incarico di mettere a punto un quadro di riferimento per la redazione dei disegni di legge regionali che recepiscano e attuino il percorso previsto in fatto di valorizzazione. I risultati della ricerca un aiuto teorico per impostare le future leggi regionali sui beni culturali in maniera armonica e coordinata con le disposizioni emanate a livello nazionale saranno resi noti in giugno. Paesaggistica all'anno zero C'è molto da fare anche sul versante del paesaggio, altra importante costola del Codice: qui si parte da zero per quanto riguarda assetti normativi e finanziari. La strategia della Regione Piemonte parte, innanzitutto, dal livello legislativo: predisporre un disegno di legge che destini risorse economiche al paesaggio; varare un testo di legge d'indirizzo e coordinamento, che comprenda le problematiche della pianificazione, dell'urbanistica e del paesaggio, con un nuovo piano territoriale e paesaggistico, quest'ultimo redatto con le soprintendenze. Inoltre, la Regione Piemonte collabora con altre sette regioni italiane e alcune aree europee (Provenza-Alpi-Costa Azzurra; Generalità Valenciana, Catalogna e Andalusia; Prefettura di Magnesia, in Grecia) al progetto "Pays.Doc - Buone pratiche per il paesaggio", finanziato dal programma comunitario Inter-reg IIIB Medocc. Tra gli obiettivi dell'iniziativa, individuare, diffondere e valorizzare le migliori esperienze di progettazione e gestione del paesaggio. Con il bando, le Regioni promuovono la presentazione di dossier dì candidatura relativi a progetti, opere realizzate, piani, programmi di gestione, attività di comunicazione che costituiscano un'esperienza efficace dal punto di vista paesaggistico. Il materiale sarà raccolto in un catalogo che sarà pubblicato nel corso del progetto Pays.Doc e sarà utilizzato anche per le candidature alla seconda edizione del Premio mediterraneo del paesaggio, che sarà assegnato a Siviglia nel 2007.