E' il paesaggio delle nostre esistenze quotidiane, l'ambito vitale nel quale ci muoviamo respirando serenità e, magari, rabbia per certe asperità di disordine: l'architettura è, ancora, una delle poche forme d'arte in grado di suscitare sentimenti forti, d'innescare polemiche intellettuali, d'avvitarsi in scontri di fazioni. Monumenti, palazzi, stadi, torri, aeroporti: la società può capire attraverso questi segni il suo passato e il suo presente; i suoi valori, insomma. Non per nulla Dejan Sudjic, direttore del Design Museum di Londra, sul New York Times, l'ha definita, l'altro ieri, «un soggetto che cova in sé capacità cli conflitti, in grado di svariare dall'aspetto personale alla grande politica». Proprio come certa letteratura che, recentemente, ha visto i Versi Satanici di Salman Rushdie al centro d'una contesa «che aveva molto a che fare con uno psicodramma». Architettura catalizzatore di dispute, allora. Come quella, sanguigna, che ha visto duellare Vittorio Sgarbi e Richard Meier sulla copertura dell'Ara Pacis: un «padiglione troppo moderno» quello voluto dall'architetto americano, accusato di realizzare a Roma «qualcosa che andava bene alla periferia di Los Angeles», stonato rispetto al contesto piacentiniano. «Contro cose di questo genere non c'è che la dinamite» sbottò l'ex sottosegretario alla Cultura, prima d'"accontentarsi» di bruciare, nel giugno 2004, un plastico di questa costruzione «monocromatica». Sgarbi e i suoi partigiani non l'ebbero vinta: più «fortunato» un uomo forte dell'entourage di George Bush che poteva contare, nel suo braccio di ferro con gli architetti svizzeri Herzog e de Meuron, sui muscoli dello stesso presidente: i due professionisti - sostiene il direttore del Design Museum di Londra - vennero licenziati perché avevano rifiutato d'ispirarsi allo stile coloniale spagnolo nella realizzazione d'un nuovo edificio adiacente alla Texas University. E che dire della guerra personale di Carlo d'Inghilterra con chi doveva progettare nuovi quartieri londinesi? Certe idee rischiavano d'avere, secondo l'erede al trono, un impatto più grave di quello dei bombardieri nazisti. E, con reale disprezzo, ha definito «una mostruosa pustola» il Millenium Dome, l'estensione della National Gallery, disegnata da Richard Rogers. Ma la «battaglia» per e sull'architettura vede spesso muoversi correnti di popolo: ecco che il desiderio di ricostruire in fretta Ground Zero «ha trasformato ogni newyorkese in un critico attentissimo: l'attacco diffuso alla banalità dei primi progetti sta a dimostrare, tra il resto, anche un'altra peculiarità: il pubblico è di gran lunga meno conservatpre di quanto gli addetti ai lavori possano pensare». Valutazioni analoghe sono suggerite dal Vietnam Veterans Memorial realizzato a Washington da una giovanissima cinese-americana, Maya Lin, che, quando nell'81 fu indetto il concorso per questo monumento ai caduti nel Sud-Est asiatico, era una semplice studentessa di Yale. Vinse su 300 concorrenti. Un'idea d'estrema essenzialità: due cunei d'alabastro nero, in un prato, a formare altrettanti muri - per simboleggiare i luoghi dove, solitamente, avvengono le fucilazioni - in cui sono scritti i nomi dei 57 mila morti statunitensi. In ordine cronologico, non alfabetico, «cosicché si trovassero vicini soldati che avevano condiviso lo stesso tempo e lo stesso destino». L'opera, all'inizio, piacque più all'America della gente comune che alla critica. Forse perché emozionava il bambino candido e impaurito che vive nei semplici. E, infatti, Maya lo presentò così: «L'ho pensata in modo che un bimbo, tra 100 anni, possa venire in questo luogo e avere una lucida visione del prezzo della guerra».