VIGNOLA. Si è molto parlato di sinergia, di rete nella tavola rotonda che si è tenuta lo scorso venerdì a Vignola e che ha riunito economisti, amministratori, storici, architetti, ricercatori che hanno a cuore le sorti dei numerosi castelli presenti nella nostra regione, e in tutta l'Italia. Si è detto che il 26 maggio, in quel di Carpi, verrà proposto agli enti proprietari di castelli un protocollo d'intesa al fine di coinvolgere i portatori di interessi locali, per cercare di accontentare tutti: turisti, che fruiscono del bene, e comunità, che quel bene conoscono e nel quale si riconoscono... forse. Perché non è così scontato che le comunità elevino a simbolo d'identità monumenti spesso inaccessibili di cui, in molti casi, si conosce solo il cancello d'ingresso, chiuso. E' proprio partendo dalla conoscenza dei connotati culturali del bene e delle relazioni di quest'ultimo con il contesto sociale, paesaggistico, storico che deve iniziare l'iter di riutilizzo del castello. Come ha ben sintetizzato Maddalena Ragni della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell'Emilia-Romagna "valorizzazione significa, anzitutto, conoscenza. La gestione è soltanto il momento conclusivo". Questa conoscenza va poi trasmessa; un bene è culturale, infatti, solo se chi lo approccia lo riconosce come tale. Dice bene la professores-sa Muzzarelli dell'Università di Bologna: «viviamo in un'epoca in cui si magnificano ritmi e valori dello slow food e non si pratica lo slow learning. Senza ricerca i castelli comunicano un'impressione meramente visiva, senza spessore. Soddisfano i piaceri del momento, ma non arricchiscono la conoscenza. Si prestano a operazioni che confondono fiction e storia. Essi, infatti, non sono nati per piacerci e per impressionarci, né per ospitare la fiera dei formaggi locali. Nulla vieta che vi si svolga l'una o l'altra manifestazione. Basta che si conservi, da qualche parte, la memoria della loro storia». Senza prescindere dalla memoria, che non accontenta chi deve giustificare le risorse da spendere per la conservazione, è quindi possibile parlare di indotto sul territorio e convincere, in questo modo, chi dispone delle risorse da impegnare, le quali, nonostante le utopie di qualcuno, rimangono necessarie. Anche perché la nozione economica di distretto, in questo caso, significa anzitutto libera circolazione di idee e di innovazioni, possibilità delle diverse componenti del tessuto sociale di contribuire allo stesso processo creativo e di garantirne la continuità nel tempo