Di Pietro: «Tocca al governo decidere» «Non posso più esternare, non siamo nel governo del '96» LA prima vera svolta del governo Prodi si chiama Antonio Di Pietro. Chi pensa ancora di trovarsi davanti al politico sanguigno, «masaniello», contestatore e un po' scamiciato, senza peli sulla lingua e, a volte un po' incauto, è costretto a cambiare radicalmente idea. Il Di Pietro fresco ministro delle Infrastrutture ha imparato tutte le astuzie del politico navigato, «svicola» elegantemente sulle domande più pericolose, si tira fuori dalle polemiche più accese. La spiegazione di tanto cambiamento? «Me lo sono imposto da quando sono diventato ministro». Veramente è da qualche mese che è improvvisamente diventato «diplomatico». «Io ho fondato un partito, l'Italia dei Valori, che oggi è presente in tutte le istituzioni. E questo partito si basa sulla credibilità politica. Per questo ho il dovere di essere serio, concreto e istituzionale. Se dovessi venir meno tradirei il mio elettorato e le mie responsabilità». Certo sembra un'altra persona rispetto al ministro dei lavori pubblici del primo governo Prodi nel '96. «Allora ero un ministro tecnico, in un particolare contesto storico, all'indomani di tangentopoli, quando anche i ministeri avevano avuto le loro pagine nere». E quindi? «E quindi un ministro tecnico risponde solo al premier, oggi invece sono il leader di un partito che ha dietro di sé una coalizione». Sabato è già andato al lavoro nel palazzo di Porta Pia. Quale sarà il primo fascicolo che esaminerà? «Per il momento ho chiesto di esaminare la situazione finanziaria del ministero, di vedere quanti soldi ci sono in conto cassa e in conto competenze. Prima di spendere bisogna vedere quali sono le risorse. Era la stessa cosa che faceva mia madre: prima di comprare qualcosa voleva sapere quanti soldi aveva nel borsellino». Lei crede che il suo governo realizzerà le grandi opere lasciate in eredità da Berlusconi? «Prima vediamo le risorse poi decideremo cosa fare, dove fare e come fare». Allora proviamo a partire da un progetto, il più contestato, il Ponte sullo stretto. Si farà o no? «Mi sono imposto il rispetto delle istituzioni, il ministro delle infrastrutture non può esternare. Comunque per il Ponte prima bisogna fare tutti gli esami e gli accertamenti, poi riferirò in Consiglio dei Ministri e lì decideremo tutti insieme. Poi ne discuteranno le Camere e alla fine faremo quello che il Parlamento ha deciso». Esiste una priorità nei progetti che dovrà esaminare? «Come ministro non posso dare priorità a specifiche opere. Ho già messo al lavoro due gruppi, uno che deve fare un esame di tipo finanziario e uno più tecnico, sulle cose che sono state fatte, da fare e che possono essere fatte». Fra le infrastrutture per il trasporto su ferro e quelle per il trasporto su strada quale vorrebbe privilegiare? «In tutti i Paesi occidentali ad alta tecnologia che hanno rilanciato l'economia le infrastrutture devono essere composte da terra, acqua, aria e ferrovie. Solo con questa sinergia si possono ottimizzare i trasporti». Ha deciso quali sono le deleghe che avrà lei e quelle che andranno al suo collega ai trasporti Alessandro Bianchi? «Io sono abituato a leggere la legge. E gli articoli 41 e 42 della legge 300, dicono chiaramente quali sono le competenze. Oltretutto il primo consiglio dei ministri ha fatto un - decreto nel quale è assegnato tutto». Probabilmente dovrà chiarirlo al ministro dei trasporti che, al contrario di lei, sta esternando su tutto... «Appena lo vedo glielo spiegherò». Nelle settimane che hanno preceduto la formazione del governo lei è sempre stato silenzioso, non ha mai partecipato a «risse». Era già sicuro di avere il posto che voleva? «No, l'ho fatto per senso di responsabilità». Avrebbe accettato qualsiasi incarico? «Avrei accettato qualsiasi ministero fosse rientrato nelle mie competenze». E quali sono quelli che non ci rientrano? «Gliene dico due: l'istruzione e l'università».