Lombardo (Movimento per l'autonomia): «Se non si fa scenderemo in piazza». Storace accusa: «Troppe confusioni sulle competenze» II governo rischia di finire sotto il Ponte Scontro tra ministri: Bianchi non lo vuole, Di Pietro è possibilista. Ma non si sa chi deve decidere. Oggi un vertice Dalla lite alla guerra aperta. Il governo Prodi si spacca sul Ponte di Messina: da una parte il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, per il quale il progetto «è stupido e dannoso», dall'altra quello delle Infrastrutture Antonio Di Pietro: «Io sono qui per costruire, non per evitare le opere pubbliche. Presto si tornerà al ministero dei Lavori pubblici separato da quello dei Trasporti». Oggi il premier ha convocato d'urgenza i due per un vertice. Oggi vertice con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Letta per risolvere la querelle. L'ira del leader dell'Italia dei Valori: il collega ha sconfinato Messina, guerra tra il ministro dei Trasporti Bianchi e quello delle Infrastrutture Di Pietro. L'ex pm: «Devo fare, non bloccare, le opere pubbliche» Rifondazione boccia il progetto: «Nel programma non c'è». Berlusconi: «Dicono di no per non vedermi come promotore di un intervento epocale» lo mi occupo di tutto ciò che dev'essere costruito, perciò spetta a me parlarne È l'opera più dannosa e inutile che si è pensata nell'ultimo secolo ed è lontana dai nostri programmi da Roma Togliete alla guerra il concetto di confine e vi troverete tra le mani poco più di niente. E così per l'ultima micro-battaglia interna, l'Unione finisce per rispettare l'ortodossia bellica e per scontrarsi proprio sulla linea di demarcazione da tracciare tra due ministeri «spacchettati»: quello delle Infrastrutture e quello dei Trasporti. I protagonisti sono, ovviamente, i titolari dei dicasteri incriminati. Il numero uno dei Trasporti, Alessandro Bianchi, colpevole di aver battezzato il suo mandato con una clamorosa bocciatura del ponte sullo Stretto, definito senza mezzi termini «un'opera stupida e dannosa». E quello delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, furioso dopo lo «sconfinamento» del suo imprudente coinquilino, responsabile secondo l'ex pm di aver messo i piedi nel suo territorio e di aver compiuto «un passo troppo avanti, anzitempo e fuori tempo». «Alla fine si tornerà al ministero dei Lavori pubblici da una parte e a quello dei Trasporti dall'altra» chiosa il leader dell'Italia dei Valori. Lo scontro si svolge soprattutto sulle pagine dei giornali e sui terminali delle agenzie. Ma ora il duello acquista una sua rappresentazione plastica visto che questa mattina i ministri Bianchi e Di Pietro si incontreranno per risolvere la questione delle ripartizione delle competenze. Un dissidio che sarà posto nelle mani del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta, incaricato di arbitrare il match e favorire la riconciliazione. Gli occhi dei maggiorenti dell'Unione - ma anche di altri ministri interessati a questioni simili dopo la moltiplicazione dei dicasteri compiuta in ossequio al manuale Cencelli - sono dunque puntati sul «match». Una partita che Piero Fassino prevede in discesa. «Non ci saranno problemi, come succede tra persone ragionevoli». Il segretario Ds, d'altra parte, difende la scelta di scorporare i due ministeri: «Certo in materia di gestione si possono avere opinioni diverse ma non c'è un Vangelo su cui giurare». Ed emette un nuovo verdetto negativo per il ponte sullo Stretto. «Ci sono cose molto più importanti prima di questa. Credo che bisogna pensare, piuttosto, a migliorare, subito, le infrastrutture ». Vista dal fronte della Cdl la querelle interna all'Unione ha una facile lettura. «Non vogliono che il Ponte sullo stretto abbia Silvio Berlusconi come promotore di un'opera epocale - ha detto il leader di Forza Italia -. Sono arrivati loro e vogliono buttare via cinque anni di duro lavoro». Gli ha fatto eco Gianfranco Fini: «C'è un ministro che non sa quali siano le sue competenze ma nessuno lo ferma. So che si tratta di un appalto complesso da gestire nel più scrupoloso rispetto della legalità ma credo che l'opera vada fatta anche perché sarebbe l'immagine nuova e diversa della Sicilia nel mondo. Ma anche su questo Prodi deve pagare una cambiale». Una cambiale che Rifondazione dimostra di essere pronta a incassare. «La riunione alle Infrastrutture non può che avere una conclusione univoca: revocare il progetto e tutti gli atti che il governo Berlusconi ha compiuto irresponsabilmente anche a carico del bilancio dello Stato», dice Salvatore Bonadonna. Una posizione sposata anche da Alfonso Pecoraro Scanio che addirittura prevede di «reinvestire nella rete dei parchi nazionali il denaro che toglieremo al ponte sullo Stretto che non faremo fare». Antonio Di Pietro, però, resta più possibilista. «Sia chiaro-, se faccio il ministro delle Infrastrutture, è per fare le opere pubbliche, non per bloccarle» dice al Corriere della Sera. «Prodi ha messo al primo posto il rilancio del Mezzogiorno. Le infra-strutture sono fondamentali per la competitività ma prima bisogna prendere in mano il borsellino. D Ponte fine a se stesso non avrebbe senso». Qui non ha dubbi sull'importanza dell'opera è Raffaele Lombardo, leader del Movimento per l'Autonomia, che lancia un vero e proprio grido di dolore e promette battaglia. «Affossando il Ponte, simbolo e volano di sviluppo, il teatrino romano ha messo in scena il programma che attende la Sicilia. I siciliani sono stati nuovamente traditi, dalle prossime settimane promuoveremo clamorose manifestazioni per impedire che progresso e sviluppo vengano bloccati. Il governo si è presentato in maniera ostile negando il ponte sullo Stretto, su cui anche l"Ue si era pronunciata per definire il corridoio Palermo-Berlino. Noi ci opporremo a questo disegno di condanna per la nostra terra e non esiteremo a scendere in piazza».