A Venezia è in atto una garbata polemica tra Giampaolo Vianello, sovrintendente del teatro La Fenice, e Renato Brunetta, europarlamentare, a proposito del buco culturale apertosi con la distruzione del teatro e destinato a chiudersi finalmente con la sua riapertura, almeno secondo la tesi di Brunetta. Secondo il sovrintendente, non potrebbe però parlarsi affatto di buco per la ragione, assai semplice ma anche trasparente, che anche a teatro distrutto l'attività e l'impegno artistico dell'ente sono continuati in pieno, al punto che diverse volte l'istituzione è stata premiata in ambiti agoni anche internazionali. Chi ha ragione? Non credo di dover arbitrare una simile disputa (oltretutto sono privo della necessaria competenza), ma mi sento praticamente sicuro di non sbagliare sottolineando che, tutto sommato, entrambe le tesi sono sostenibili e, almeno in parte, fondate, a patto di intendersi sui reali termini della questione. Un teatro non è solo la sala, l'edificio, gli ambienti e gli arredi, è perfino troppo ovvio, e certamente non si può non tenere conto del personale, dell'orchestra, del coro e della struttura manageriale e artistica preposta alla direzione. In questo senso può senz'altro definirsi molto meritorio l'impegno dell'ex sindaco, Massimo Cacciari e poi di quella attuale Paolo Costa nonché dei sovrintendenti succedutisi nella carica fino all'attuale, ciò che ha consentito all'ente di sopravvivere, anche se la tensostruttura del Tronchetto non è, né poteva esserlo, proprio il massimo. Diciamo così che tanta intraprendenza e tenacia hanno in qualche modo limitato il disastro, che tuttavia c'è stato, né poteva non esservi. L'impegno della dirigenza dell'ente in questo periodo terribile, successivo all'incendio, ha permesso di conservare una cultura, di custodire una grande tradizione artistica, ma non poteva dare di più. Non è poco, ma non è tutto, il danno è stato ed è evidente. Se fossero mancati l'impegno e l'abnegazione sarebbe stato però ben maggiore. Basterà in proposito ricordare ciò che era La Fenice prima dell'incendio, e ciò che è oggi. Già un'altra volta ho raccontato il seguente episodio che mi ha visto, si fa per dire, protagonista. Molti anni fa la nostra associazione organizzò un convegno internazionale sul processo penale, in vista dell'imminente trasformazione del rito. Convennero a Venezia colleghi di ogni parte del mondo. Mi capitò di familiarizzare, come accade nei convegni, con alcuni colleghi australiani e neozelandesi. Solo uno o due di loro erano di origine italiana, a giudicare dal cognome, ma tutti erano appassionati di lirica, e tutti sapevano tutto del nostro massimo teatro, molto più di me, in ogni caso. In quel periodo la sala era ferma per lavori, e non era possibile entrare. Su loro richiesta, feci pressione sul sovrintendente, pregandolo di fare un'eccezione per gli ospiti stranieri, ma fu irremovibile. Conoscendolo, non mi meravigliai. Cercai di accontentare i miei nuovi amici, accompagnandoli nei pressi e attorno al teatro, finché incontrammo per puro caso un custode che mi conosceva e che, resosi conto della situazione, decise, con un gesto tutto italiano, di lasciarci entrare per pochi attimi. Quando accese le luci della sala (era davvero uno spettacolo!) i colleghi si ritrovarono con le lacrime agli occhi. Per anni ho ricevuto cartoline o telefonate di ringraziamento in cui sempre spiccava la parola «La Fenice». In definitiva, non avevo fatto nulla, ma il mio prestigio internazionale era cresciuto enormemente. Un altro episodio del genere mi è capitato in Italia, subito dopo l'incendio. A Napoli si teneva un altro convegno giuridico sulla devastazione dei Campi Flegrei e dell'ambiente lagunare. Ero relatore per la parte veneziana, l'incendio era di due giorni prima, e ritenni doveroso cominciare la relazione ricordando ciò che era La Fenice per i veneziani, certo un teatro, ma non solo un teatro, e forse neppure un teatro, ma qualcosa di più e di diverso. Tutto sommato, erano poche parole, improvvisate, abbastanza banali, anche se dette con il cuore. Con mia grande sorpresa le agenzie, i giornali, la televisione le ripresero, amplificandone il significato, e ignorando del tutto la relazione che pure avevo preparato con grande cura. Questa era La Fenice prima dell'incendio, e che non poteva essere sostituita o comunque rimpiazzata da un impegno artistico e da un'attività svolta in una tensostruttura di fortuna. Ma adesso ci siamo, La Fenice sta per rinascere e per spiccare di nuovo il volo. Speriamo che sia lungo e immortale. Il sovrintendente Vianello non ha certo bisogno dei miei consigli né delle mie sollecitazioni. Sa bene che già prima dell'incendio il teatro, in quanto a prestazioni artistiche, non era proprio il massimo, come del resto non sono al massimo molti altri enti lirici, La Scala non esclusa. Ma non solo La Fenice, tutta la città ha bisogno urgente di rilanciarsi, anche sul piano culturale e internazionale. La riapertura del teatro, del nostro massimo teatro, è, da tale punto di vista, un'occasione da non perdere. Credo sia perfino inutile sottolineare l'importanza dell'avvenimento. Non solo per gli appassionati della lirica, dei concerti e della musica sinfonica (siamo in tanti) ma per tutti coloro che hanno nel cuore il nome di Venezia. È importante che tutto il teatro (sala, arredi, orchestra, coro, musicisti, direzione) sia veramente all'altezza della tradizione di un tempo. Quello antico. È importante per tutti, ma soprattutto per Venezia.