La stratega del vicepremier per contenere l'asse diessino Francesco Rutelli non ha mollato: e il ministero dei Beni culturati se l'è preso lui, non Goffredo Bettini, il leader diessino che pure ci contava. I dirigenti locali della Quercia lamentano il disconoscimento del «modello romano» di cui Bettini, con Veltroni, è il promotore. Ma sbagliano: con la sua cocciutaggine nel voler gestire il dicastero più vicino agli interessi diretti di Roma Rutelli ha riconosciuto in pieno il valore del «modello» ma soprattutto la forza dei suoi due alfieri. L'azione congiunta Veltroni-Bettini ha creato le condizioni per uno stretto collegamento del centrosinistra con la realtà romana, al di là dei risultati ottenuti nell'urna dai singoli partiti della coalizione. Un binomio «di spinta» che ha spazzato ogni altro protagonista fuori dalla scena: si guardi, per esempio, il vicesindaco Garavaglia, in quota Margherita, Nella città che nel 1997 ha dato un milione di voti entusiastici a Rutelli l'ex «sindaco col motorino» è entrato anno dopo anno in un cono d'ombra che si è riflesso nei risultati elettorali: l'ultimo scrutinio è sceso al 9 per la Margherita. Se Bettini avesse costituito un asse tra i Beni culturali e il Campidoglio veltroniano, per Rutelli, nella «sua» Roma, sarebbe stato un disastro. E così, proprio riconoscendo il valore del «modello» capitolino e il potenziale dei suoi promotori, Rutelli si è sentito costretto a tenere duro su un ministero strategico per lo sviluppo della Capitale. Era l'unico modo per allontanare il pericolo della definitiva costituzione di un'egemonia politico-istituzionale romana da parte di Castore e Folluce, come ormai tutti chiamano Veltroni e Bettini, gemellati da interessi politici convergenti oltre che da personalità non tanto dissimili. E' anche per questo che la delusione di Bettinì mancato ministro non è destinata ad avere conseguenze significative, nonostante le velate minacce di ritorsione contro la Margherita provenienti dalla Quercia romana: esse si scaricherebbero sul quadro politico-amministrativo gestito direttamente da Veltroni e il sindaco (uscente) è l'ultimo a desiderare problemi, anche se giustificati dalla sua parte politica, in occasione della eventuale formazione della prossima giunta comunale. La generosa reazione del mancato ministro (che ha peraltro rifiutato di diventarlo in un altro settore a lui estraneo), che allarga le braccia come farebbe un papa dinanzi a una folla di peccatori, si inquadra nella chiara comprensione della sterilità delle rimostranze e della nocività di azioni reattive contro il mondo rutelliano capitolino. Rutelli avrà ora i modi per lanciarsi alla riconquista della Roma capitale dei beni culturali del Paese da cui far partire l'azione di contrasto con i Ds. A Bettini va il merito di confermare il valore del «modello Roma» anche nella rinuncia ad una poltrona ministeriale.
Rutelli alla riconquista della Capitale: prima tappa, la gestione della Cultura
Il vicepremier Francesco Rutelli ha mantenuto la sua posizione sull'asse diessino, riconoscendo il valore del modello romano promosso da Goffredo Bettini e Veltroni. Il ministero dei Beni culturali è stato gestito da Rutelli, che ha riconosciuto la forza dei suoi due alfieri. L'azione congiunta di Veltroni e Bettini ha creato un stretto collegamento con la realtà romana, al di là dei risultati elettorali. Il vicesindaco Garavaglia, in quota Margherita, è stato escluso dalla scena politica. Rutelli ha rifiutato di diventare ministro in un altro settore, confermando il valore del modello romano.
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