La Pinacoteca di Brera e la magnifica pala di Piero della Francesca lì esposta sono di interesse nazionale e quindi di competenza diretta dello Stato. Un dipinto quattrocentesco di un minore conservato in un piccolo museo umbro, o toscano, o marchigiano si può considerare di interesse locale e può passare agli enti locali. Sembra una distinzione artificiosa o fantascientifica, nella storia dello Stato italiano moderno. Invece è uno scenario possibile. «La prospettiva è nei programmi governativi e può diventare reale attraverso tre canali - avvisa l'economista specializzato nella cultura Paolo Leon -. La nuova riforma del titolo V della Costituzione, la riforma del ministero per i Beni e le attività culturali, la riforma delle leggi di tutela, considerando anche che una commissione sta rivedendo la legge di tutela di Bottai» (varata nel 1939, ndr). Una simile distinzione viene condannata senza mezzi termini da Leon, dal soprintendente del Polo museale fiorentino Antonio Paolucci, dallo storico dell'arte Bruno Toscano, che ieri sono intervenuti a Palazzo Graziani a Perugia alla giornata di studi della Fondazione Cassa di risparmio che festeggiava i 50 cataloghi dei musei umbri (ma sono già 54) realizzati dalla Regione Umbra con Electa. La serie A e la serie B del patrimonio storico-artistico-architettonico, oltre a inorridire molti studiosi, funzionari, soprintendenti, è materia che non si può isolare del tutto dal dibattito più ampio sul federalismo e che è esploso in una durissima invettiva di Paolucci nel convegno perugino. L'obiettivo della polemica dell'ex ministro ai tempi del governo Dini? Le Regioni che yogliono occuparsi della gestione e valorizzazione del patrimonio artistico. L'intervento del soprintendente è «frutto di un'illusione», risponde Leon. «Del tutto sbagliato, non si può porre la questione in termini alternativi fra Stato e Regioni» rincara la dose Toscano. «In realtà vogliamo una concertazione tra Stato, Regioni ed enti locali», ribatte l'assessore alla cultura umbro Gianfranco Maddoli. Mentre il ministro per i Beni culturali Urbani sta per varare la riforma del dicastero, il futuro non è proprio nitido. «La distinzione tra beni, di interesse nazionale e quelli locali, già respinta negli anni '80 e '90, oggi riprende vigore perché la maggioranza vuole restare al potere -dichiara Leon - Alcune associazioni la sostengono in buona fede perché pensano di evitare che il governo vada a vendere pezzi del patrimonio». Se attuata l'economista prevede: «Finirà cosi: resteranno nazionali quei musei di competenza di soprintendenti con tanto potere perché hanno raccolte molto visitate, gli altri no. Si rischia una serie A, dove starà Michelangelo, e una serie B. A questo governo piacciono molto le classifiche. E non ha senso nemmeno da un punto di vista economico». «Inaccettabile», riassume il discorso Toscano, docente di storia dell'arte all'università Tre di Roma. Perché è contrario? «Chi deciderà, poi? Un tribunale supremo? Nella storia dell'arte non esistono valori immutabili che si possono cristallizzare in una categoria. Cinquant'anni fa un Bartolomeo di Tommaso, pittore tardo gotico umbro di metà '400, era considerato un vernacolare, sgrammaticato, poi è stato riscoperto e fatto riemergere. Gli esempi potrebbero essere centinaia». Anche Maddoli, che afferma di poter parlare per le altre Regioni, la ritiene una pessima idea: «Perfino la più piccola porzione di cultura locale è, in Italia, di interesse nazionale». L'assessore rappresenta però quei governi territoriali che Paolucci considera pericolosi per le loro aspettative verso la valorizzazione e gestione dell'arte. «In certe situazioni, penso ad esempio a Toscana, Umbria, Emilia-Romagna, Marche, le Regioni possono lavorare bene - osserva il soprintendente - Ma in Calabria? In Puglia? Non esiste l'Italia, esistono le Italie». Incalza: «Conta il museo diffuso, l'insieme, il contesto, il bene più prezioso è il territorio, è trovare Benozzo a Montefalco, opere in paesi come Tolentino, San Casciano val di Pesa. In questo, e non nella quantità, siamo unici al mondo». Ebbene, dice il soprintendente di Firenze, se la devastazione del territorio italiano non è stata totale è grazie ai vincoli delle soprintendenze: un soprintendente, dice, risponde del proprio operato al ministro mentre un sindaco o un governatore è sottoposto a legittime pressioni locali e quindi, a suo parere, più esposto. «Sì, sono un bieco statalista. La tutela è efficace solo se effettuata a distanza». «Il soprintendente idealizza lo Stato -controbatte Toscano -. Pensiamo a interventi "medievalistici" permessi fino a 30 anni fa. Viceversa, una cooperazione coordinata fra Stato e Regioni può permettere una manutenzione costante, quotidiana, fondamentale del bene artistico o architettonico in loco e questo inoltre rafforzerebbe il ruolo di controllo statale, non lo indebolirebbe affatto». «Paolucci soffre della stessa illusione di associazioni come il Fai o Italia Nostra - prosegue Leon -. Il soprintendente lontano dalla politica locale non fa per forza una buona cosa». Inoltre, aggiunge, con un taglio rigorosamente centralistico tutto dipende da chi governa il Paese e non esclude pericoli: «Pensiamo alla Patrimonio Spa istituita da questo governo per alienare beni». «Come Regioni abbiamo chiesto al ministro Urbani di riavviare un confronto - interviene l'assessore Maddoli -. Non vogliamo togliere la tutela allo Stato ma collaborare e stabilire una normativa per jl governo del territorio, rispettando il patrimonio artistico e il paesaggio. Finora i vincoli di tutela, faccio notare, hanno interessato porzioni di territorio, non tutto».
Quel quadro è nazionale o locale?
La Pinacoteca di Brera e la pala di Piero della Francesca sono di interesse nazionale e quindi di competenza diretta dello Stato. Un dipinto quattrocentesco di un minore conservato in un piccolo museo umbro, toscano o marchigiano, può essere considerato di interesse locale e passare agli enti locali. Questa distinzione è stata respinta negli anni '80 e '90, ma oggi riprende vigore. La maggioranza vuole restare al potere e alcune associazioni la sostengono in buona fede per evitare che il governo venda pezzi del patrimonio. Se attuata, la distinzione prevede che restino nazionali i musei con raccolte molto visitate e gli altri no.
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