Il Presidente spiega la metamorfosi dell'istituzione venezianaLa Biennale sceglie i direttori artistici come fa il Mo.Ma Le vere anomalie sono altre: che a Venezia non abbiamo certezza delle nostre sedi, e che a ogni esito elettorale si alimentano polemiche giornalistiche per chiedere il rinnovo del vertice. In meno di dieci anni siamo passati dalla realtà parastatale a quella di Fondazione privata Sul Riformista del 6 maggio scorso, Francesco Bonami, già direttore della Biennale Arte nel 2003, ha riproposto alcuni stereotipi sulla Biennale di Venezia. Quell'articolo ci offre l'occasione per una riflessione su una delle maggiori istituzioni culturali, e sulle vere caratteristiche e ragioni delle sue attuali "anomalie". Partendo dalla protesta del presidente della regione Veneto Galan, che intendeva negare i contributi alla Biennale Teatro diretta da Maurizio Scaparro perché questi aveva partecipato a una manifestazione elettorale dei Ds contro i tagli al Fus, Bonami lamenta l'ingerenza della politica nella missione della Biennale, che ne rimarrebbe compromessa; ministro e presidente di turno non sarebbero mai competenti sulla contemporaneità; il presidente-manager si troverebbe perciò necessariamente concentrato su un'organizzazione emergenziale, balcanizzata, frazionata, «una struttura antica che intrappola un'idea ancora nuova». Di qui la necessità di una nuova radicale riforma che elimini tali "anomalie". Bonami non si rende conto di parlare di una organizzazione che già alla conclusione della sua esperienza non era più la stessa che egli aveva conociuta. Infatti la Biennale è un'istituzione con più di 110 anni di storia, ma in continua mutazione, in questi anni ancor più accelerata colla trasformazione da ente parastatale a ente privato (Veltroni 1998) e successivamente in fondazione (Urbani 2004), ancorché non capitalizzata. Trasformazione dunque epocale, che ha impegnato tre presidenze (Paolo Baratta e Franco Bernabè prima di me) nella definizione delle successive tappe di un mutamento profondo, scandito da scelte strategiche e operative incalzanti. Quella di oggi è dunque una nuova Biennale, i cui risultati sul piano sia artistico, sia organizzativo cominciano a essere diffusamente (e finalmente) riconosciuti dalla stampa e dal pubblico: per la mostra di architettura del 2004 (per la prima volta replicato nel Sud Italia, a Reggio Calabria); per l'esposizione d'arte delle spagnole De Corrai e Martìnez del 2005, inizio di un progetto triennale che, dopo il simposio internazionale di fine anno scorso, proseguirà nel 2007 con un direttore, Kobert Storr, individuato e al lavoro con tre anni d'anticipo sulla manifestazione, cosa che non accadeva da vari lustri; per la mostra del cinema 2005, che ha saputo, tra l'altro, presentare film che hanno poi ottenuto ben 23 nomination agli Oscar, per i tre settori della danza, della musica e del teatro, resi stabili dalla riforma del 1998, e ora nuovamente chiamati a nobilitare il Carnevale di Venezia, languente dopo le storiche performance di Scaparro; e se questi settori vantano il 18 annuo di crescita degli spettatori dal 1999, quel che più conta, è la loro crescita in autorevolezza e interesse artistico. Potrei proseguire e ampliare dati e valori, ma mi limito a richiamare la memoria di chi ha seguito senza pregiudizi, in questi ultimi due anni, i risultati della Biennale, determinati - come la stampa anche internazionale ha con soddisfazione segnalato - non da qualche volenteroso strato di "vernice fresca", ma da un robusto e organico lavoro di rafforzamento e ridisegno strutturale di professionalità, ruoli e metodi. Nel breve tempo che ci separa dalla riforma di fine '98, la Biennale è passata con decisione dalla realtà parastatale secolare, a quella di Fondazione privata, improntata a modelli propri dei più moderni enti internazionali di produzione culturale. Sotto la guida di tre presidenti manager (diversi negli approcci, ma l'un l'altro coerenti negli stessi obbiettivi propri del civil servant), in soli sette anni la Biennale ha saputo modificarsi come non era stata capace negli ultimi decenni, senza per questo mai rinunciale alle «ambizioni visionarie e sperimentali». Ne è recente riprova proprio la richiamata vicenda dei finanziamenti al Festival del teatro, vicenda ricomposta all'interno del Cda, senza alcuna conseguenza per la buona realizzazione della manifestazione, che sarà regolarmente diretta a luglio da Scaparro. Ciò ha altresì comportato una assai significativa crescita del bilancio, che per un terzo poggia su entrate da privati e autofinanziamento. Nonostante ciò, occorre evidenziarne l'inadeguatezza a fronte del presidio di tanti settori, l'assenza pressoché completa degli enti e dell'imprenditoria locale, tanto che ha del miracoloso il fatto che si sia ancora riusciti a tenerlo in pareggio. Venendo ai criteri di nomina dei direttori artistici della Biennale, non è forse quello in vigore alla Biennale un metodo analogo a quanto avviene in tutto il mondo? Al Mo.Ma di New York, non sono forse gli azionisti a scegliere e nominare i curatori? La differenza, nel caso di speciamericano, sta solo nel fatto che l'azionariato d'oltreoceano è quasi esclusivamente privato, e deve rendere conto dei risultati ai propri investitori, invece che a una amplissima platea di soggetti pubblici. Sono ben altre le "anomalie" che ciistinguono nel panorama internazionale, a volte positivamente, a volt negativamente. E' felicemente "anomalo" che i direttori artistici abbiano alla Biennale un potere di scelta reale, che corrisponde a una vera e autentica libertà artistica e culturale; è questa una straordinaria "anomalia", che considero fondamentale difendere e preservare. Sono altre le "anomalie" che rendono invece la Biennale «purtroppo anomala» e sono quelle di cui non si scrive quasi mai. Non si scrive, ad esempio, che la Biennale non riesce ad avere certezza a Venezia delle proprie sedi - di cui non è proprietaria, avendole in concessione - non solo di quelle operative, a soprattutto di quelle espositive (Arsenale, Giardini, Palazzo del Cinema), anche se le valorizza e su di esse investe di anno in anno. Ed è "anomalo" anche che ciclicamente, a ogni esito elettorale, per la Biennale venga chiesto il rinnovo di vertice, quasi mai nelle sedi deputate, più spesso alimentando polemiche giornalistiche. E' contraddittorio pretendere che la Biennale sia una forte istituzione, rappresentativa del sistema-Italia, autorevole per la cultura internazionale, e al tempo stesso determinare per essa condizioni di debolezza intrinseca e difficoltà permanente della sua azione, sul piano finanziario, logistico, del sostegno del tessuto economico-produttivo, sia nazionale, sia locale. Quanto alla questione dell'opportunità di un manager-presidente, ciò sta avvenendo ovunque nel mondo della cultura, ed è avvenuto più volte in passato alla Biennale, con lunghi incarichi e grandi risultati. Infatti, quello che si richiede al presidente e al consiglio non è una competenza tecnica, bensì politica nel senso più alto e ormai poco noto del termine. Perché il management è un'attività squisitamente politica, che consiste nell'assemblaggio di varie competenze attorno ad un progetto complessivo. Chi si vorrebbe come presidente o come consigliere? Un artista? Un gallerista? Un produttore cinematografico? Un curatore di mostre? Un coreografo? Quale specialista avrebbe competenza su tutti e sette i settori disciplinari in cui la legge articola la Biennale? E se la avesse su uno, non si correrebbe il rischio di impropri disequilibri tra i settori? Chiarito che occorre, come dice Bonami, un qualche tempo di ambientazione del vertice politico all'interno della macchina Biennale, una volta ottenuto il "il vir bonus peritus" proprio della Biennale, non ha senso cambiarlo se non in presenza di risultati negativi, tanto più attesa la marcata esigenza di continuità dello sforzo di riordino. Infine, che la Biennale debba riflettere su se stessa è impegno doveroso e al centro dell'attuale conduzione, come è stato dimostrato dal recente, grande simposio internazionale sull'arte contemporanea diretto da Storr (cui lo stesso Bonami è stato invitato a partecipare), dai convegni e seminali, che si sono tenuti negli ultimi due anni, da quelli che questa Fondazione organizzerà nei prossimi due, fino alla scadenza naturale dell'attuale mandato. Per il resto, i vertici della Biennale sanno distinguere tra anomalie che rappresentano valori e anomalie che vorremmo invece veder superate, per garantire le condizioni necessario alla realizzazione delle "visioni" e dei progetti degli artisti e degli esperti, a cui anche personalmente sono impegnato, e per assicurare a questa straordinaria istituzione il privilegio dell'autonomia e dell'indipendenza. Presidente della Biennale di Venezia
Il Riformista
17 Maggio 2006
Il Presidente replica all'articolo di Bonami. Quale anomalia, la Biennale ha scoperto il management
DA
Davide Croff
Il Riformista
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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Il Gazzettino · 18 Gen 2006
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