Dal Centro Studi del Vicino Oriente di Milano, università privata nata cinque anni fa per colmare la lacuna degli studi universitari sull'Antico Oriente, il vasto territorio che si estende tra l'Egitto e l'Estremo Oriente, si leva un circostanziato grido d'allarme sui danni provocati dalla guerra all'importante patrimonio archeologico dell'Iraq, da parte di alcuni dei più importanti studiosi italiani della civiltà mesopotamica. Il più colpito è stato il Museo di Baghdad, miniera di meraviglie ancora poco nota al mondo, che rischiano di non essere mai più rintracciate, se è vero che dei 20mila pezzi archeologici scomparsi durante la guerra del Golfo, ad oggi ne sono stati ritrovati solo dodici. Tra le opere rubate durante l'ultima guerra, il magnifico volto di divinità femminile di età protourbana, vale a dire del IV millennio a.C., rinvenuto a Uruk da archeologi tedeschi tra le due guerre; il coevo vaso rituale, sempre di Uruk, di importanza fondamentale perché porta iscritto il primo racconto per immagini sulla civiltà mesopotamica; uno dei rari bronzi dell'età accadica che raffigura un uomo nudo con cintura e senza torso, di incredibile bellezza, oggetti pesantissimi che dai segni lasciati sui gradini si presume siano stati trascinati lungo le scale del museo, o la protome d'oro che decora una delle grandi lire trovate nelle tombe reali di Ur. «Ci sono stati nell'ultima guerra in Iraq tre tipi di saccheggiatori», spiega Antonio Invernizzi, ordinario di Archeologia e storia del Vicino Oriente Antico all'Università di Torino. «I meno pericolosi sono i ladruncoli, la gente comune che insieme ai rubinetti e ai cestini della carta arraffa anche qualche pezzo del museo, poi vengono i vandali che hanno distrutto molte opere a colpi di martello, infine i più pericolosi, i ladri su commissione che si sono portati via una ventina di capolavori dell'arte sumerica e accadica». Meno danneggiati sembra siano i grandi siti archeologici iracheni, in alcuni dei quali per esempio a Babilonia, Saddam Hussein, aveva promosso imponenti restauri. Nella sua visione panmesopotamica, tesa a ridimensionare l'importanza della cultura islamica e a dimostrare la propria diretta discendenza dai grandi sovrani mesopotamici, il rais, racconta il professore Frederick Mario Fales, ordinario di storia del Vicino Oriente Antico all' Università di Udine, vedeva le antichità come una priorità, salvo poi varare il progetto di una diga che avrebbe sommerso sessanta preziosi siti archeologici in un colpo solo. Ma un inventario completo delle opere scomparse o danneggiate ancora non è stato fornito, lo ha confermato, durante una riunione a Londra, alla fine di aprile, il vicedirettore del dipartimento di antichità dell'ex governo iracheno, il cristiano Donny George. Così come regna il silenzio assoluto, fa notare con preoccupazione il professore Giovanni Pettinato, massimo studioso italiano di Assirologia, sull'ingente patrimonio di tavolette cuneiformi che racchiudono i primi documenti scritti dell'umanità nelle lingue dell'area della Mezzaluna Fertile. Trafugate a migliaia anche prima della guerra, in particolare dagli scavi illegali nel sud dell'Iraq, la zona presidiata dalle truppe inglesi e americane dopo la Guerra del Golfo, le tavolette sembra si acquistino «normalmente» all'asta anche sul sito di ebay.com e che la stessa Banca d'Italia abbia comprato qualche anno fa un lotto di trecento tavolette illegali Quanto ai pezzi d'arte mesopotamica celeberrimi, sono praticamente impossibili da ritrovare, perché di sicuro non passano legalmente le frontiere. Per il momento sembra che siano state bloccate alla frontiera, negli Stati Uniti, una quarantina di casse contenenti reperti archeologici provenienti dall'Iraq. Una delle difficoltà nell'intercettare antichità clandestine, oltre alle legislazioni diverse per ogni stato, è quella che si è discussa in una recente riunione con l'Interpol tenutasi a Lione, di trovare un linguaggio comune agli studiosi e alle polizie per classificare gli oggetti ricercati. Intanto si susseguono riunioni di archeologi ed esperti di arte mesopotamica di tutto il mondo e a tirare le fila sono per ora l'organizzazione americana Orha (Office for Reconstruction and Humanitarian Aid) e il British Museum, in particolare il direttore del dipartimento delle antichità dell'Asia, John Curtis. L'Italia, presente da tempo a Baghdad con l'Istituto Italo-Iracheno fondato dall'archeologo Giorgio Gullini e anch'esso saccheggiato nella guerra, sembra abbia assicurato con decreto legge un cospicuo finanziamento per partecipare al ripristino del patrimonio archeologico iracheno. Una buona notizia: sembra non siano state toccate, invece le cassette contenenti i gioielli di regine assire in ottimo stato di conservazione ritrovati nelle tombe reali di Nimrud e conservate nel caveau della Banca Nazionale.
2452003 - Saccheggi in Iraq, la mappa dei tesori perduti
Il patrimonio archeologico iracheno è stato gravemente danneggiato dalla guerra. I musei, in particolare il Museo di Baghdad, sono stati saccheggiati e molti pezzi sono stati rubati o distrutti. Tra le opere rubate ci sono un volto di divinità femminile, un vaso rituale, un bronzo dell'età accadica e una protome d'oro. I ladri su commissione sono stati i più pericolosi, mentre i ladruncoli e i vandali sono stati meno pericolosi. I grandi siti archeologici iracheni sono stati meno danneggiati.
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