Un dibattito a più voci nel volume Gli storici dell'arte e la peste» e la raccolta di scritti di Federico Zeri tratteggiano un ritratto impietoso dello stato di incuria e di minorità del nostro patrimonio Certo che viviamo in un paese ben strano. L'arte è la nostra linfa, si proclama a ogni pie' sospinto, eppure fatalismo, ignoranza, bramosie di potere, burocrazia troppe volte schiacciano chi vuole tramandarne la conoscenza ed evitare scempi sempre in agguato a opere, paesaggi, monumenti. Vi sembra esagerato? Non crediate. È la sensazione che trasmettono due volumi freschi d'inchiostro. Che ben si completano l'uno con l'altro, ma ci parlano anche del vivere civile di ognuno di noi e di come ci sia tanto da difendere andando anche al di là del proprio orto. Il primo libro è Gli storici dell'arte e la peste (Electa, 275 pp., 19 euro), drammatica indagine a tappeto ispirata alle «giornate» del Decamerone in cui l'ex soprintendente della Galleria d'arte moderna a Roma Sandra Pinto e Matteo Lafranconi hanno intervistato altri 40 storici dell'arte. Quaranta studiosi che a loro avviso «resistono». A cosa? Alla «peste». Ovvero a una professione svuotata di senso, alla delusione, ai troppi colleghi che si piegano per pigrizia o acquiescenza o non ce la fanno più, a un ministero popolato da troppi «yes men» al potere, a un sistema universitario accecato dai tecnicismi e da sterili specializzazioni. Un sistema diventato «truffa istituzionalizzata in cui come docenti si è complici ma anche vittime», sintetizza il più giovane degli intervistati, Tomaso Montanari, perché destina gli studenti più bravi a invecchiare a vita in dottorati, master, borse di studio, chiude ogni prospettiva, precari e fru-strati per sempre... Il secondo titolo, stampato dalla Cooperativa libraria universitaria editrice Bologna, è Federico Zeri e la tutela del patrimonio culturale italiano (Clueb, 254 pp. 20 euro), utile ricognizione di Rosaria Gioia e Marinella Pigozzi sulle battaglie condotte dallo studioso morto nel 1988 attraverso la sua pubblicistica, gli articoli di giornale, le interviste, la televisione. Uomo di eccezionale levatura non privo di contraddizioni, come ricorda De Marchi alla Pinto e a Lafranconi, ritroviamo qui lo Zeri ferito ma combattente per gli sconci denunciati invano (basti citare lo sgombero dei militari da Palazzo Barberini a Roma tutt'oggi irrealizzato), il suo senso di emarginazione per i mancati riconoscimenti ufficiali dall'Italia, la sua avversione verso molte roccaforti universitarie e un ministero che non sa tutelare quel che dovrebbe tutelare, la sua esplicita avversione verso la sinistra, verso Argan, come verso lo scrivere d'arte evocativo e ricercato, da «belle lettere», alla Roberto Longhi tanto per far nomi. Amarezza e scoramento attraversano come fiumi i due libri, ma non scoraggiatevi: entrambi forniscono argini, la spinta a reagire al morbo. In Zeri è la sua stessa energica attività, il suo esempio: se serve lo studioso non esita a indossare i panni del cronista scrivendo accorati articoli sull'acqua piovana che cola dentro la chiesa romana di Santa Maria sopra Minerva e danneggia affreschi di Filippo Lippi. Invece nell'indagine tra gli storici dell'arte scongiurano la voglia di resa lezioni di vita e di metodo, come quelle lasciate da Paola Barocchi alla Normale di Pisa, e lo spirito combattivo e critico di molti intervistati, soprattutto tra i più giovani. La spinta etica insomma c'è chi ce l'ha. Piuttosto un appunto: nel libro sulla «peste» pesa la mancanza di un indice dei nomi citati, mentre nell'altro titolo risulta provvidenziale l'elenco delle partecipazioni tv di Zeri.