Intervento del Soprintendente ai beni archeologici Vincenzo Santoni Dal punto di vista archeologico, Cagliari è una struttura piacevolmente complessa. Da gustare, dalle prime luci dell'alba, sino a sera e a notte inoltrata. Dalle diverse parti da cui la si riguardi e, perciò, la si ascolti con la mente e con il cuore, nella diacronia plurimillenaria dei contesti archeologici. L'excursus procede dal neolitico antico di Capo Sant'Elia e di Viale Bonaria, per gli orizzonti dell'eneolitico e dell'età del bronzo, e, superato l'evo antico, approda al quadro protoromanico del San Saturno e da qui, velocemente, verso gli orizzonti medioevali, moderni e del recente passato del XX secolo, la nostra contemporaneità vissuta. Il tutto può essere apprezzato, di certo più compiutamente, toccando con mano, sul piano visivo, i dati materiali del Museo archeologico nazionale, ma pure, entrando nel merito, nei magazzini deposito e nei libri, per ritrovare a ritroso i contenuti pluristratificati della complessità metropolitana, in quel di Capo Sant'Elia-San Bartolomeo, di Santa Gilla e di via Brenta, del santuario rupestre di Santa Restituta, di viale Trieste, delle Chiese di Sant'Agostino, di Santa Chiara, di Sant'Eulalia e di San Saturno, di via Cavour e di vico III Lanusei. Il dato decisamente nuovo di questo ultimo ventennio di studi di archeologia urbana, visti soprattutto i dati emersi da vico III Lanusei, di imminente pubblicazione a cura di Rossana Martorelli e di Donatella Mureddu, è costituito dal fatto che il reperto archeologico ha superato la barriera dell'evo antico, proponendosi con la piena titolarità del dato storico, nel cuore del medio evo e dell'età moderna, al limite della contemporaneità. Su altro piano, rimane attiva e intensa la sfida fra l'emersione del dato archeologico nella sua prorompente parzialità, ma tendenzialmente aperto, con lo scavo, a farsi sitocontesto, e il suo candidarsi, poi, previa la formalizzazione del vincolo di tutela, a richiamare su di sé i processi di gestione, così da superare l'angoscia del non luogo e, dunque, aspirare a riassumere l'animosità del luogo di vita, quasi come in origine. Potrà essere tale, ad esempio, il caso del parco archeologico urbano di Tuvixeddu, la cui superficie di vincolo ministeriale, limitata a circa 2,5 ettari, prima del 1996, ora, tra vincolo diretto e indiretto, occupa invece un'area di ben 23 ettari di superficie, nei quali sono previsti una sede museale e altri servizi di valorizzazione, fra cui un ristorante a gestione privata. Ma il processo di transizione dalla dimensione di sito di archeologia urbana a quella di sub-zona urbana a vocazione paesaggistica, di forte impronta sociale, ha una sua complessità interna, pluridisciplinare, per il coinvolgimento di professionalità e di materie differenziate, sullo sfondo di una progettualità sistemica che, armonizzando gli interessi dei diversi partners pubblici e privati, dia corpo ad un luogo che, conservando intatto il valore culturale del bene e la sua capacità di forte richiamo-convocazione, esprima al meglio le potenzialità di crescita culturale eco-compatibili, accolte e condivise da una opinione pubblica accorta, consapevole e partecipativa. Al riguardo, l'idea culturale dei mesi scorsi, promossa dal Rotary Club di Cagliari, di ritrovarsi al largo Carlo Felice per costruire buoni progetti di arredo urbano del corridoio di accesso dal mare al cuore del centro storico, non poteva essere più stimolante. Ma, a ben vedere, il Largo Carlo Felice e una cospicua parte del centro storico, pur vistosamente ricchi di archeologia urbana, di fatto, nelle rispettive emergenze archeologiche, sono potenzialmente espressione di non luoghi. Mi spiego meglio seguendo a distanza ravvicinata i siti e le presenze archeologiche urbane, come poste in risalto nell'articolata documentazione topografica e relativa analisi di studio, su Cagliari. Forma e urbanistica, pubblicata da Anna Maria Colavittì nel corso del 2003. Come si è detto, fra i diversi contesti archeologici, segnalati in numero di 192, solo il sito di Tuvixeddu può essere indicato come idoneo a ridivenire luogo, proprio in quanto si attiva, in forma flessibile, a proporsi quale spazio di vita urbana, con future funzioni integrate di gestione, rivolte, sia alla conoscenza del contesto architettonico-funerario pluristratificato e del corredo materiale da esporre nella futura sede museale, già struttura di archeologia industriale, sia pure alle attività del tempo libero, per il godimento pubblico di uno spazio ambientale di grande richiamo, nell'apertura visiva al golfo e alla laguna di Santa Gilla. Nella formulazione progettuale e nei graduali approfondimenti di tiro della musealizzazione, per la quale sono auspicabili più stretti raccordi e approcci di integrazione fra le figure professionali dell'archeologo e dell'architetto o di quanti altri professionisti e artigiani a vario titolo coinvolti, nella scelta dei materiali d'uso e delle forme dell'arredo metropolitano, il contesto di Tuvixeddu avrebbe cioè le carte in regola per atteggiarsi ad assumere le funzioni di parco archeologico, nella definizione di cui al recente Codice Urbani, proprio in quanto inteso come un ambito territoriale caratterizzato da importanti evidenze archeologiche e dalla compresenza di valori storici, paesaggistici o ambientali, attrezzato come museo all'aperto. Entro tale prospettiva, di luogo metropolitano, anche di elevato indice di gradimento sociale, potrà collocarsi, su altro piano, pure il contesto archeologico-paesaggistico ai Capo S. Elia-Sella del Diavolo-San Bartolomeo, ove si operi intensamente, nel progetto di musealizzazione, con mirati e coerenti approcci metodologici, entro una visione organica insiemistica fra i diversi partners istituzionali. Cosi operando, le presenze culturali preistoriche e di età storica, di natura insediativa, funeraria, religiosa (si vedano il tempio punico- romano ad Astarte-Venere Ericina, di III sec. a.C. e i ruderi della chiesetta di Sant'Elia) e difensiva (si richiamano il forte sabaudo di Sant'Ignazio, del 1792, e le contigue postazioni an-tiaree della seconda guerra mondiale), potrebbero bene confrontarsi e comporsi, in reciproca integrazione gestionale, con le risorse dell'ambiente naturale del promontorio, nei suoi caratteri geologici, geomorfologici, vegetazionali e faunistici e con il regime delle attività sociali del tempo libero e della promozione culturale. Su altro piano, permangono invece nella sola dimensione di aree archeologiche in quanto "siti caratterizzati dalla presenza (...) di manufatti o strutture preistoriche o di età antica", diversi complessi archeologici già posti in luce, quali fra gli altri, a titolo esemplificativo, l'Anfiteatro romano di Palabanda e i siti di viale Trieste, 105, di Sant'Eulalia, di via Nazario Sauro, e così via di seguito. L'Anfiteatro romano, fra gli altri, potrà aspirare a ridivenire luogo, ove, superate le attuali, resistenze a riconoscerne le qualità identificative di sito archeologico, nella sua pregiudiziale accezione di rudere antico, si apra, insieme, ad accogliere le naturali connessioni paesaggistiche e culturali con il contesto naturalistico e archeologico dell'Orto Botanico e di altra immediata pertinenza (Orto dei Cappuccini), a favore di una idea integrata di parco archeologico-ambientale, come a suo tempo proposto nella fase di istruttoria preliminare di approvazione delle opere di adeguamento funzionale dell'attuale allestimento ligneo, tuttora in opera, nell'ottobre 1998. L'idea, purtroppo, passò inosservata e non fu colta, nel suo valore vivacemente dinamico e identitario. Spiegando meglio il concetto, rimane utile ribadire come le emergenze archeologiche urbane, poste in luce con lo scavo, proprio nella misura in cui non partecipino attivamente alle ragioni di connessione attiva e funzionale con il paesaggio di riferimento, mentre possono permanere nella caratterizzazione di aree archeologiche, non assurgono invece alla fisionomia di luoghi di vita urbana, nella accezione figurata e culturale del termine. Il mutamento potrà invece avvenire previa l'assunzione di funzioni dinamiche dello spazio urbano, che vanno dal godimento visivo alle attività didattiche e alla promozione della conoscenza e del valore del bene, anche inteso come segno identitario e, perciò, prioritariamente rivolte alla crescita di qualità del benessere culturale ed economico del cittadino, che in tal modo partecipa come protagonista attivo nel processo medesimo. Al momento attuale, le aree archeologiche urbane, in definitiva, tendono a proporsi nella dimensione unilaterale dell'apprezzamento strettamente archeologico, della conoscenza e della percezione visiva, e delle connesse funzioni conservative di merito, proprie del provvedimento amministrativo del vincolo. Nella maggior parte dei casi, anzi, il contesto archeologico areale è impedito di assurgere alla visibilità dimensionale di superficie, ma continua a persistere nella letteratura archeologica e nella percezione memoriale, perciò nel valore di origine. Tali sono ad esempio il contesto punico di via Campo Scipione e via Po, così pure l'impianto termale all'altezza di viale Trieste, 49, o, come intervenuto in anni più recenti, a piazza San Cosimo, presso la chiesa di San Saturno. Da ciò, l'esigenza diffusa, a partire dai primissimi anni '80, di dare una risposta organica di salvaguardia alle emergenze di archeologia urbana di Cagliari, che prese corpo, con l'efficace ed illuminata azione di tutela preventiva del mio predecessore, proFessor Ferruccio Barreca, con l'introduzione nel Piano dei Servizi del primo semestre 1983, di cui alla prima Variante Generale al P.R.G., delle carte distributive delle presenze archeologiche entro la maglia urbana ed extraurbana. D'altro canto, è pur vero che, ai cospicui ritrovamenti effettuati nella seconda metà degli anni '70 e nei primi anni '80 del secolo scorso, soprattutto nel centro storico (viale Trieste, viale Merello, via Brenta) avevano dato la meritata risonanza culturale, sia la stampa quotidiana, sia i media televisivi. Era ancora fresca e vivace la gioia augurale della nascita del ministero per i Beni culturali e ambientali di Giovanni Spadolini, nel dicembre 1974gennaio 1975. In quegli anni, i giornali e i giornalisti, le cineprese e gli operatori tutti della comunicazione avevano un rapporto fisico diretto e immediato con la materialità del bene archeologico, sempre inteso, secondo la felice definizione dell'onorevole Franceschini, presidente della Commissione parlamentare di indagine sui Beni culturali in Italia, intorno alla metà degli anni "60, come testimonianza materiale avente valore di civiltà. Quegli uomini della comunicazione andavano alla ricerca della propria e altrui identità locativa di origine, proprio perché non sopraggiungesse la perdita del luogo come sede dell'abitare, come ammoniva, in quegli anni, C. Norberg-Schulz, intorno al 1987. Su altro piano, è pur vero che, nei beni archeologici e, perciò, nella tradizione degli scavi di Tharros, Mora e del Su Nuraxi di Barumini, degli anni '50, si intravedevano i germi della identità storica del popolo dei Sardi. Alla luce di queste premesse di natura identitaria, pur con talune iniziali resistenze da parte dell'Amministrazione civica, il progetto di tutela preventiva delle risorse archeologiche passò senza difficoltà entro le maglie dello strumento urbanistico del Piano dei servizi. Per il cittadino fu come un riprendere possesso della propria terra, ereditata per trasmissione diretta, dalle intime ragioni del luogo. L'atteggiamento formale della normativa urbanistica del 1983, a favore dei contesti archeologici, si profilò sostanzialmente di carattere provvedimentale, in raccordo con il rigore conservativo della legge primo giugno 1939 n. 1089, ora assorbita nel Codice Urbani. A partire dal 2002, è attualmente operativo il nuovo strumento urbanistico, perfezionato nella conoscenza e aggiornato nella normativa di gestione della tutela preventiva delle risorse archeologiche. Premesso quanto sopra, volendo trarre alcune conclusioni da quanto sinora osservato, va da sé che l'inserimento delle aree archeologiche nel tessuto del Puc di Cagliari, permanga tuttora come una operazione in prevalente bicromia, cioè in bianco e nero, nella nudità documentale i cui contenuti archeologici, in taluni casi, privilegiano, quasi ostentandola oltre misura, la spiccata materialità naturale di origine e con essa, se vogliamo, il sapore neutro del provvedimento tutorio della Legge speciale 1 giugno 1939, n. 1089. Laddove invece le stesse aree archeologiche come tanti personaggi in cerca di autore, attendono di essere musealizzate in policromia, e perciò promosse e fruite da una più elevata e partecipata autoconsapevolezza civica, di modo che le medesime aree possano essere meglio conosciute, tutelate, valorizzate, fruite e gestite nelle torme idoneamente ecocompatibili, e dunque accolte come reale patrimonio culturale condiviso, nel suo valore di risorsa identitaria, comune. Soprintendente per i beni archeologici delle province di Cagliari e Orìstano
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✓ Entità verificate
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VI
Vincenzo Santoni
L'Unione Sarda
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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