"Sulle onde del Mediterraneo" seconda conferenza fra Villa Pace di Messina e Palazzo Duchi di Santo Stefano di Taormina La storia del Mediterraneo è un mosaico, in cui le vicende politiche, sociali, economiche e culturali si incastrano come tessere per formare trame che sono spesso di grande complessità. Presentandosi come un vero e proprio polo geografico, questo mare è riuscito a riunire intorno alle sue sponde popoli e identità diverse, meritandosi l'appellativo di "culla" della civiltà moderna: dai grandi scambi commerciali cominciati prima dell'Età del ferro, passando per le rotte aperte dagli intrepidi navigatori fenici e proseguendo, nei secoli, con gli scontri mortali tra Roma e Cartagine, tra arabi e franchi, tra saraceni e veneziani, via via fino ai nostri giorni. Ma se in passato i numerosi conflitti sono stati quasi sempre provocati da interessi economici contrastanti, oggi le tensioni tra i Paesi che visi affacciano sono originate da un diverso approccio alla vita. Non è lo scontro "tra civiltà" profetizzato da Huntington. Si tratta piuttosto di un confronto tra due culture, quella occidentale e quella islamica, il cui avvicinamento si può raggiungere solo attraverso il dialogo e il riconoscimento reciproco. Su questi concetti è stato posto l'accento durante la seconda conferenza "Making waves in the Mediterranean - Sulle onde del Mediterraneo", tenutasi nei giorni scorsi a Villa Pace a Messina e al Palazzo dei duchi di S. Stefano a Taormina. L'evento è stato organizzato dal Mediterranean maritime history network (professori Michela D'Angelo, dell'Università di Messina, e Carmel Vassallo, dell'Università di Malta), con il patrocinio e la collaborazione, tra gli altri, della Fondazione Bonino-Pulejo, dell'Ateneo peloritano, dell'Istituto di Studi storici Gaetano Salvemini, della Fondazione Mazzullo di Taormina e della Regione. Nel corso dei vari "panel" è stata ripercorsa la storia del Mediterraneo, con particolare riferimento al periodo che parte dal basso Medioevo. Durante quel tempo i commerci del "Mare Nostrum" erano dominati dalle Repubbliche marinare, tra le quali spiccava Venezia, che, alla fine del Trecento, divenne la principale potenza mercantile del mondo Mediterraneo, per poi entrare in competizione con il nascente Impero ottomano. Così, dal XV al XVII secolo, furono combattute ben quattro guerre per il controllo delle più importanti zone marittime che confermarono l'impossibilità per la città veneziana di tenere testa ai turchi in espansione. Questi estesero il loro strapotere anche ad ovest con la conquista delle Isole Baleari e la messa a ferro e fuoco di Minorea, nel Seicento. Ben presto il Mediterraneo, come evidenziato dai numerosi interventi dei relatori, cominciò ad essere teatro privilegiato della pirateria barbaresca, le cui incursioni erano peraltro sostenute da motivazioni religiose. Le navi dei Paesi cristiani, che si spostavano da un porto all'altro del bacino o che viaggiavano alla volta dell'Asia, circumnavigando l'Africa, rappresentavano infatti i bersagli preferiti dai corsari. Nei primi decenni dell'Ottocento, fu l'assalto ad un loro vascello a portare gli Stati Uniti alla dichiarazione di guerra contro Tripoli e alla distruzione della flotta algerina. Da segnalare anche la questione relativa allo Stretto di Gibilterra, la cui rocca fu ceduta alla Gran Bretagna col Trattato di Utrecht del 1713. Fungendo da unico sbocco del Mediterraneo prima dell'apertura del Canale di Suez (1869), si comprende quanto il controllo delle cosiddette "Colonne d'Ercole" fosse oggetto del desiderio delle maggiori potenze navali. Tra queste spiccava la marina militare britannica, che fino alla seconda guerra mondiale fu la più potente al mondo, grazie anche alla sua capacità di dominare i mari e le rotte commerciali. A proposito dei porti strategici del "Mare Nostrum", come non ricordare quello di Messina. È infatti alla Città dello Stretto che sono state dedicate numerose relazioni nel corso del convegno. La sua forma "di falce" convinse i Greci fondatori ad attribuirle il nome di Zancle (nel 730 a. C.) e la sua posizione favorevole spinse Roma, impegnata nelle guerre puniche contro i cartaginesi, a dichiararla sua federata ed alleata. La città conobbe una fase aurea a cavallo tra il '500 e il '600, poiché il suo porto si trovava al centro dei collegamenti col Levante e con gli altri scali del Mediterraneo occidentale. Inoltre, sempre in quel periodo la produzione e l'esportazione della seta raggiunse i massimi livelli. Oltre alla già citata Venezia, conobbero grande prosperità le città costiere di Amalfi, Pisa e Genova. La prima era la più antica delle Repubbliche marinare ed era dedita al commercio con la ricca Costantinopoli e con l'Egitto; la seconda ottenne l'apice dei suo splendore tra il XII e il XIII secolo, quando le sue navi controllavano l'ovest del Mediterraneo; anche Genova ebbe nel XIII secolo il suo momento migliore, attraverso la firma di accordi coi bizantini, che prevedevano l'estromissione di Venezia dagli sbocchi sul Mar Nero. Meritano un accenno pure i porti di Livorno e di Barcellona. Nei secoli passati la città toscana attirò gruppi di commercianti ed agenti marittimi stranieri grazie alla dinastia dei Medici, mentre il porto della capitale della Catalogna, che come Messina sfrutta un'insenatura naturale, dal XX secolo figura tra i più funzionali e moderni d'Europa. All'assise presenti oltre cento studiosi appartenenti a università e centri culturali di diciotto diversi Paesi (Algeria, Australia, Belgio, Cipro, Danimarca, Francia, Grecia, Israele, Italia, Malta, Olanda, Regno Unito, Russia, Stati Uniti, Tunisia, Turchia, Ucraina, Ungheria). L'Ateneo peloritano è stato rappresentato, tra gli altri, dai professori Vincenzo Fera (preside della Facoltà di Lettere e filosofia), Marcello Bottari, Rosario Battaglia, Dario Tomasello, Sergio Di Giacomo e Maria Teresa Di Paola.