La Triennale di Milano lancia la madre, di tutte le mostre, ovviamente nel settore che le è naturale. È possibile una riflessione di rifondazione dell'architettura? È doveroso oggi. Lo è perché l'Italia si può vantare d'essere stata per un verso profondo fondatrice dell'architettura cosi come viene intesa da Vitruvio in poi. Lo è perché l'Italia degli ultimi cinquantanni ha guardato all'architettura con pudore alcune volte, con sincero disprezzo spesso, con autentica esecrazione di massa sempre, come quando, sul finire del secolo appena concluso, la comunità di Milano accolse con la medesima reiezione ogni edificio nuovo affidato alla matita progettuale dei suoi personaggi più emeriti, dalla San Babila di Caccia Dominioni alla Bicocca di Gregotti, dal Piccolo di Zanuso alla Fiera di Bellini, dal Monumento a Pertini di Aldo Rossi allo Iulm di Guiducci, non essendo cortese neanche con l'unica signora, la Gae Aulenti di Piazza Cadorna. Un fenomeno così trasversale e univoco, capace di raccogliere quella comunanza d'opinione che nulla d'altro ha mai raggiunto, che si può considerarlo un dato significativo dell'antropologia culturale della città. Meccanismo bizzarro della mente dovuto forse ad una cattiva interpreta-zione dello spirito repubblicano antifascista che attribuiva l'ultimo exploit dell'architettura agli anni del Ventennio sinistro, momento capace di mediare la convivenza del neoclassicismo di Piacentini o di Mazzoni con gli esperimenti razionalisti di Pollini o di Pagano Pogatschnig, accettato per costruire gli edifici della Bocconi e poi finito nei lager nazisti per avere partecipato alla Resistenza come l'altro suo collega Banfi, quello dello studio Bbpr. Il dopoguerra esaltò per alcuni anni gli interventi dei successori opposti nel pensiero politico ma provenienti dalla medesima scuola di formazione politecnica, il Ponti del grattacielo Pirelli, il Gardella del Pac, il Viganò del Mar-chiondi che sta oggi marcendo nelle periferie di Baggio e il Moretti di Corso Italia che non è mai più stato citato perché fascista lo era rimasto. Poi più nulla, se non il brusio dell'architettura che si trasformava in edilizia anonima democristiana o comunista, il primo tentativo concreto del compromesso storico, che consentiva agli immobiliaristi di progettare direttamente gli edifici di grande volume, tanto chi li avrebbe comperati erano gli enti pubblici o le cooperative d'inquilini e Tangen-topoli aiutava, oppure ai geometri di affrontare le altezze più basse, sia in senso urbanistico che qualitativo. I tentativi anni Novanta reiettati... Ora la macchina dovrebbe ripartire, purché ne siano escluse le competenze italiane. Una sorta di percorso espiatorio. Sicché le Varesine vanno al grande Pej, il cinese di New York, anzi allo studio di Pej, da lui venduto per andare in pensione. La Fiera, la più importante opportunità urbanistica della città, è affidata a Zaha Hadid, britannica nata a Bagdad, a Isozaki il giapponese e a Daniel Libeskind, il geniale polacco oggi newyorchese. Eccellenti nell'invenzione tutti quanti. Assolutamente all'oscuro della città tutti quanti. Pensiamoci e discutiamone.