Roma è l'esempio di ciò che accade quando i monumenti di una città durano troppo a lungo «Le idee possono venire leggendo un buon romanzo» «Che consiglio darei ad un giovane architetto? Prima di tutto, gli consiglierei di imparare a pensare. E poi di essere sempre curioso, di essere fantasioso, di cercare sempre nuove strade». L'olandese Ben van Berkel è una delle stelle nascenti dell'architettura: classe 1957, studi alla Rietvield Accademie di Amsterdam e all'Architectural As-sociation di Londra, ha lavorato prima con Zaha Hadid e poi con Santiago Calatrava. Nel 1988, l'incontro decisivo con Caroline Bos con cui, dieci anni più tardi (nel dicembre 1998), fonderà l'UN Studio di Amsterdam (UN sta per United Network) a cui si deve tra l'altro la progettazione del nuovo Museo della Mercedes Benz a Stoccarda che verrà inaugurato ufficialmente proprio il prossimo 19 maggio. Nel curriculum di van Berkel (da solo o come metà dell'UN Studio) troviamo l'Het Valkhof Museum di Nijmegen, il palazzo per uffici La Defense ad Almere, il Neutron Magnetic Resonance Facilities di Utrecht, l'Aedes East Gallery di Berlino, una chiesa a Hilversum, la Moebius House di Het Góoi, il Company Centre di Nijerk, la Wilbrink House di Amersfoort (dove van Berkel ha tra l'altro realizzato gran parte dei suoi primi lavori), l'Erasmus Bridge di Rotterdam, il Piet Hein Tunnel di Amsterdam. Di lui (ancora relativamente poco conosciuto in Italia, pur avendo vinto il concorso per la realizzazione di Ponte Parodi a Genova) qualche anno fa è uscita una bella monografia curata da Laura Negrini (per Edilstampa) mentre gli stessi van Berkel e Bos hanno pubblicato «Move», un'antologia ragionata dell'attività e della filosofia dell'UN Studio. La particolarità di UN Studio è quella di essere un vero e proprio network (d'altra parte lo dice il nome stesso) che assembla al proprio interno architetti, grafie designer, costruttori, ingegneri, fotografi, stilisti, esperti di ogni nuovo media oltre ad un gran numero di «tecnici». Perché, ha più volte spiegato van Berkel, «lo spazio architettonico deve assumere oggi le caratteristiche di uno spazio fluido e quindi duttile all'apporto delle innumerevoli figure coinvolte». Attribuendo alla creazione «un valore effimero e temporale, che potrà durare un istante in quanto influenzato da nuovi campi di forza che mutano in continuazione». Per van Berkel (che legge Houellebecq e ama i gatti) «i migliori effetti che l'architettura può produrre sono la proliferazione e il movimento, effetti che anticipano e che sorprendono». L'architetto, per lui non è certo «un eroe» ma piuttosto uno sperimentatore, uno sperimentatore che (come nel suo caso) si può perfino concedere il lusso di giudizi inusuali su alcuni suoi grandi colleghi: «Di Le Corbusier amo i quadri e non le architetture; trovo Ludwig Mies van der Rohe molto noioso e ripetitivo, per me è forse l'architetto più sopravvalutato della storia». Chi e che cosa salva? «L'Opera House di Jorn Ut-lon». Van Berkel, la sua sembra essere un'idea di architettura molto articolata: aperta alla differenze, alla complessità delle attuali condizioni culturali, dove molto spazio viene dato alla fantasia, alla curiosità, alla sperimentazione... «Potrei dire che io credo in un'architettura interdisciplinare dove c'è spazio per ogni tipo di esperienza purché non rimanga isolata, ma appunto interagisca con le altre esperienze. La fantasia, la curiosità; la sperimentazione sono importanti ma non singolarmente così come, per l'architetto, sono importanti le sollecitazioni che gli possono arrivare dall'arte come dalla fisica, dalla geometria, dalla lettura di uri buon romanzo come di un trattato di stechiometria. L'importante è che sappia collegare tra loro tutte queste esperienze». Questo vale anche per la tecnologia? «Sicuramente. L'ho detto in più occasioni: l'architettura può oggi prendere ormai qualsiasi strada, può essere un box come un blob. Nei miei progetti cerco di utilizzare al meglio gli strumenti che mi offre la tecnologia ma non mi interessa però la tecnica fine a se stessa così come posso amare un bel quadro ma non come arida espressione di talento, quanto per quello che c'è "dietro". Ad esempio, per me è fondamentale scoprire gli effetti "sociali" che la tecnologia può avere sulla vita delle persone: i miglioramenti che può produrre nella quotidianità. La tecnologia, per me deve essere insomma, "vista dal di dentro", considerata nella sua sostanza e non soltanto nei suoi effetti più superficiali». Lei parla spesso di architetture effimere, temporanee. Ma come può essere effimero un ponte o un grattacielo? «Per me, temporaneo ed effimero sono innanzitutto due aggettivi positivi. Perché definiscono un'idea dell'evoluzione che amo molto: quella che definisce ad esempio le infinite possibilità di sfruttamento di una forma o di un materiale. Per questo, un'architettura può essere effimera e temporanea, in quanto può mutare continuamente nel suo significato come nel suo uso». Il suo non sembra essere certamente uno «stile classico»... «Non credo di avere un vero e proprio stile. Piuttosto ci sono cose che mi interessano (ad esempio i libri e la lettura) e che io cerco in qualche modo di trasferire nei miei progetti. Quando viaggio io prendo sempre appunti perché non voglio perdere nessuna possibilità, nessuna influenza che mi può venire dall'esterno. Nella mia architettura si ritrova così quello che mi piace, anche se io cerco di interpretarlo in un modo non tradizionale. Ad esempio la geometria: intesa non come una disciplina classica quanto come lo strumento per creare un'atmosfera in cui le persone possano vivere adeguatamente». Quindi, nessuno spazio per le forme della classicità? «Tutt'altro. Amo Bernini e amo il Sansovino. Ma li amo perché credo che intendessero l'architettura come sperimentazione delle forme e delle opportunità che queste forme potevano dare. A chi progettava come a chi queste architetture le viveva. Credo che nel caso dei classici, come della tecnologia o dell'arte, oggi sia importante avere occhi nuovi. Per questo dico ai giovani architetti di imparare prima di tutto a pensare, di crearsi un proprio metodo. Solo quando l'avranno trovato potranno essere davvero dei bravi architetti».