Parla correntemente italiano (oltre che tedesco, inglese, francese e, naturalmente, spagnolo) perchè trent'anni fa conobbe all'università una ragazza veneta, Robertina, che poi gli ha dato quattro flgli. Fa citazioni in greco e latino, parla di amore per gli esseri umani, di rispetto per la natura. Santiago Calatrava è architetto ma anche ingegnere, pittore e scultore e a 54 anni è uno dei progettisti più conosciuti al mondo. Ha realizzato 40 ponti e otto stazioni ferroviarie oltre che edifici di ogni genere. E' una architistar che non veste di nero, come tanti suoi colleghi. Anzi, a vederlo, si direbbe un bel Caballero spagnolo elegante, sorridente e gioviale. Unico particolare trendy, un braccialettino di cotone, di quelli brasiliani, al polso destro. Conosce molto bene Roma, che visita spesso e dove ha passato l'ultimo Capodanno con la famiglia. Giorni fa, in una lectio magistralis nell'aula magna di Valle Giulia, ha strappato applausi a scena aperta quando ha disegnato - con riproduzione sullo schermo - quei corpi umani che spesso gli danno ispirazione per i suoi progetti. E una colonna vertebrale diventa magicamente un grattacielo, a Malmo in Svezia, ritorto su se stesso. Entro l'anno sarà finalmente inaugurato il suo ponte sul Canal Grande e altri ponti sono in cantiere a Reggio Emilia e a Cosenza, Cosa la colpisce dell'architettura romaiia? «Quando visito Venezia resto impressionato dalla sua grande intensità ottica, a Roma invece sono colpito dai colori dei palazzi, delle case nel centro storico. Ma c'è un'altra cosa che la rende unica....». Dica, architetto «E' la straordinaria testimonianza dello scorrere del tempo, con i segni architettonici del passato di varie epoche e quelli del presente. Ci sono dei percorsi urbani di grande eleganza. E nella vita quotidiana c'è un continuo contrasto tra sacro e profano, così come sul piano umano c'è una tradizione di grande universale accoglienza». Si può costruire oggi nel contesto storico? «Qui come altrove si è sempre costruito sulle spoglie del passato. Nel Teatro di Marcello in tempi medievali hanno edificato case abitate fino ad oggi. Gli stili si affiancano continuamente, sul Campidoglio ce ne sono tanti tutti insieme classico, romanico, rinasch'nentale, anticipazioni di barocco. Sì, si può costruire con linguaggio contemporaneo, ma facendo molta attenzione all'uso dei materiali e alla qualità. Borromini fece cose rivoluzionarie: Sant'Ivo è un delirio di rigore, di inventiva, ma i materiali usati erano coerenti. Roma può avere la legittima ambizione di rinnovarsi. E il XXI secolo dovrà pure lasciare tracce architettoniche anche nella parte più antica della città». Pensa che il suo linguaggio di architetto, così particolare, possa innestarsi nel centro di Roma? «Pier Luigi Nervi ha costruito in cemento la sua Sala sotto la cupola di Michelangelo. Un'opera perfettamente integrata nel contesto. Sì, penso che anch'io potrei provarci». Un giudizio sull'Ara Pacis di Meier . «Non conosco il progetto se non in foto. Non posso dire nulla». Proprio nulla? «Ogni epoca ha il suo linguaggio stilistico. Di trasgressioni architettoniche se ne vedono ovunque. Bisogna guardare all'architettura con grande generosità perchè la sua storia è piena di grandi contrasti risolti poi dal tempo. Ma devo aggiungere che non è con un confronto tra stili diversi che si può giudicare la validità di un'opera». Un politico di destra ha promesso: se divento sindaco faccio spostare l'edificio di Meier in periferia. Che ne dice? «Deve essere senz'altro una provocazione di carattere elettorale, nulla di serio'". A vedere il suo progetto per Tor Vergata vengono in mente gli spazi di Villa Adriana a Tivoli. Accetta l'accostamento? «Sì, entrambe presentano qualcosa di archetipico: grandi spazi in cui si succedono tante cose. C'è tanto verde, non ci si sente oppressi. La natura viene restaurata artificialmente, ma resta protagonista del progetto». Che cosa pensa del Pantheon? «Tra tutte le cupole del mondo, ha quella in cui si coglie di più il senso del cosmico, con la sua apertura che si apre sul cielo. Il resto è perfetto». Ha un architetto preferito? Passato, presente: faccia lei «Sono molto incuriosito da tanti autori e sono disponibile ai vari linguaggi. Meier, ad esempio, ha fatto case stupende. Ma amo anche Gehry, Carlo Scarpa, Nervi. Renzo Piano mi piace anche come persona, è il vostro architetto più internazionale». Secondo alcuni Caiatrava è oggi il numero Uno. «No, no. Ho solo 24 anni di esperienza, non sono ancora nella mia maturità artistica. Devo imparare ancora tante cose». Quale è la responsabifità dell'architetto? «La nostra vita è immersa nell'architettura, dalle case ai monumenti, alle chiese, agll edifici pubblici. Le nostre emozioni vivono nell'architettura. L'architetto deve quindi rispettare l'uomo, amarlo. Come? Mettendo tutto se stesso, tutto il suo sapere, le sue qualità nell'opera che costruisce». Come ha trovato il suo linguaggio espressivo? «Dalla pittura, dalla scultura, dall'ingegneria, dal continuo progettare. Da un esercizio tendente ad esprimere il profondo me stesso». Si sente più un intellettuale o un artista? «L'architettura è artificio, un impegno del pensiero la cui radice sta nell'arte». Quale delle sue opere è più riuscita? «In ogni lavoro impegno tutto me stesso, anche in quelle minori». Ha mai pensato a progetti irrealizzabili? «Credo molto nell'utopia come leva per la creatività. La vita, diceva Calderòn, è sogno. Ma per me la realtà è più bella della finzione. E forse per questo che curo il progetto fin nei dettagli della sua esecutività». Lei ha brevettato certi suoi progetti. Perchè? «È stato uno snobismo della mia gioventù: volevo sottolineare che era la prima volta che si faceva in un certo modo. Ma il brevetto non era legato al guadagno». Architetto, quando una città cerca un risanamento delle sue parti più degradate, deve puntare su grandi interventi di architettura o su un piano urbanistico? «Deve usare l'architettura per creare edifici generatori di città, per aggiungere nuovi nodi urbani. E così si passa all'urbanistica». Santiago Calatrava è nato a Valencia il 28 luglio 1951. Architetto e ingegnere, Calatrava è anche scultore e pittore. E' un progettista spagnolo dal segno inconfondibile: strutture in acciaio e cemento flessuose, raffinate, leggere, che spesso evocano - put essendo stazioni ferroviarie - forme di animali immaginari per la loro dualità simmetrica, proprio come gli esseri viventi. Calatrava ha fatto molti edifici - sta per costruire l'edificio più alto degli Stati Uniti, 700 metri, a Chicago ma è specialista di ponti: ne ha costruiti, tra grandi e piccoli, quaranta. A Valencia ha realizzato la Città delle Arti e delle Scienze e ora si misura con la Città dello Sport di Roma, in realtà la futura Città universitaria di Tor Vergata.