Dal giugno scorso, la legge omnibus 112, voluta dal ministro dell'Economia Tremonti ma sostenuta ed avallata dal ministro dei Beni e delle Attività culturali Urbani, rende possibile, attraverso l'istituzione di una società per azioni chiamata, con grande disinvoltura, Patrimonio S.p.A., l'alienazione di beni appartenenti al patrimonio culturale ed ambientale dello stato. Dalla scorsa estate, improvvisamente ed in contrasto con quanto affermato dal codice civile, beni pubblici definiti minori (ma non per questo senza «importanza») soggetti, come gli altri, al regime giuridico demaniale e che, per questo, dovrebbero essere assolutamente inalienabili - i cui elenchi non sono mai slali perfezionati e il cui valore non è possibile quantificare - possono essere venduti. Come è noto, l'obiettivo della legge 112, nata dal cosiddetto decreto «salvadeficit», era quello di colmare i disavanzi del bilancio: tra le principali risorse individuate da Tremonti per fare cassa, perfettamente in linea con l'ottica economistica che ha informato ed informa tutte le scelte dell'attuale governo, vi erano anche beni culturali ed ambientali: sulla carta, degli immobili senza interesse storico e financo degradati ma nei fatti a rischio di svendite è l'intero patrimonio dello stato non dichiarato di «interesse nazionale», ovvero non protetto da vincolo (e raramente i beni demaniali sono vincolati essendo per legge inalienabili). «Sulla Patrimonio S.p.A e altri scritti sulle politiche culturali» si intitola, molto opportunamente, il libro di Giuseppe Chiarante appena pubblicato negli Annali dell'Associazione Bianchi Bandinelli, che verrà presentato oggi pomeriggio presso la Casa delle Culture da Vezio De Lucia, Vittorio Emiliani, Adriano La Regina, Francesco Negri Amoldi, Carla Ravaioli e Pietro A. Valentìno (ore 17,15; via di San Crisogo-no, 45). Il sottile volume, che sembra di agile lettura ma in verità affronta questioni complesse e nodali e per questo necessita un'attenta meditazione, raccoglie gli articoli e i pensieri che il senatore, ex vicepresidente del Consiglio dei Beni Culturali - il massimo organo consultivo del Ministero che dovrebbe non solo tutelare ma anche gestire e valorizzare il patrimonio culturale del nostro paese - ha dedicato alle preoccupanti disposizioni legislative emanate dall'attuale governo in materia di beni culturali. Disposizioni apparentemente rapsodiche, a partire dal tanto criticato articolo della finanziaria del 2002 che spianava la strada all'ingresso dei privati nella gestione dei musei e dei beni culturali pubblici, che paventavano l'introduzione e l'affermazione di un modello di gestione privatistico fondato sulla redditività di beni che, in verità, solo indirettamente possono generare guadagni. Disposizioni culminate però proprio nella legge 112, ovvero nella legge che permette la sdemanializzazione, il peggior attacco mai sferrato al nostro patrimonio, che ha svelato l'esistenza di un disegno ben preciso (e non limitato all'ingresso di soggetti diversi da quelli pubblici nella gestione dei musei) alla base di provvedimenti tanto sconsiderati. Un disegno che i diversi scritti di Giuseppe Chiarante, già apparsi in forma ridotta negli scorsi mesi su quotidiani e riviste e rielaborati ed arricchiti in occasione di questa raccolta, riescono ad evidenziare con chiarezza. I diversi saggi, pubblicati non in ordine cronologico bensì secondo un percorso «tematico» (e divisi in due sezioni, la seconda dedicata più in generale alle politiche culturali: dall'ordinamento troppo centralista e poco funzionale del Ministero alle pecche del Testo unico che riorganizza le disposizioni in materia di Beni culturali attorno all'ossatura della legge di tutela del 1939), sono legati da un «filo rosso che percorre e unifica il libro». E questo filo rosso, per citare le parole di Chiarante - che lo scorso autunno si è dimesso dalla vicepresidenza del Consiglio perché in disaccordo con le linee politiche del ministero berlusconiano - rappresenta la preoccupazione per la preminenza sempre più netta di «una visione che tende a subordinare la cultura, e la politica che la riguarda, ad un'impostazione di tipo economicistico ed alla pervasiva ideologia liberista». Secondo Chiarante, questa subordinazione produrrà, se non ha già prodotto, «effetti devastanti». In primo luogo per la sua palese deriva aziendalistica e per i rischi che questa distorsione comporta nell'elaborazione delle politiche culturali: in quelle attuali ma anche in quelle dei precedenti governi della sinistra, che hanno subito la tentazione della chimera liberista e sono responsabili delle prime aperture al mercato. Aperture che hanno messo in crisi l'equilibrio, già tanto delicato, sui cui si fondava il sistema della conservazione del nostro patrimonio culturale. Un sistema nel quale la tutela, che nasce dalla conoscenza della storia millenaria di un patrimonio tanto straordinariamente distribuito e stratificato sul territorio nazionale, non può essere separata dalla gestione e dalla valorizzazione dello stesso.