Alla Fiera del libro di Torino è stata lanciata una "nuova" iniziativa: il Grand Tour o, meglio, il ritorno del "viaggio in Italia". Un viaggio fatto per mare e per terra, per luoghi e città, un viaggio dello spirito, senza dimenticare il corpo e i sensi, che evoca grandi nomi come Goethe (il primo su tutti) poi Byron (non secondo di certo al tedesco) e Mozart e Nietzsche che scrisse le cose più belle e ispirate proprio in Italia, a cominciare dal suo Zarathustra. Questa volta, però, non si parte da Nord, dalle Alpi, per andare a Sud, fino a Napoli, forse a Paestum, ma si fa il viaggio "all'incontrario" (come il treno dei desideri della nota canzone di Conte-Celentano). Rolando Piccioni, presidente della Fondazione della Fiera del Libro, ma anche direttore di "Torino capitale mondiale del libro", ha ideato questo "viaggio in Italia" nell'epoca della globalizzazione «non come nostalgico revival ma per rispondere auna grande domanda su qual è oggi il contributo della creatività italiana agli scenari del mondo contemporaneo. ll viaggio, che si chiamerà Grand Re-tour», parte il 29 maggio dalla Sicilia per concludersi a Milano nella primavera 2007 sbarcando a Genova, Lecce, Urbino, Firenze, Venezia, Roma, Napoli, Bologna, Parma per giungere sul Lago d'Orta. Nonostante il "viaggio in Italia" sia cosa nota e famosa e nonostante si possa far conto su ottime versioni dei testi dei tanti viaggiatori più celebri, e nonostante si possa fare ricorso a studi su aspetti generali e particolari del Grand Tour (il Grande Giro), nonostante ciò mancava una presentazione organica e d'insieme di questo fenomeno culturale. A questa lacuna ha dato un'ampia e buona risposta il volume di Attilio Brilli edito da il Mulino: Il viaggio in Italia. Storia di una grande tradizione culturale. Un titolo che offre a]la curiosità legittima e all'interesse dei lettori la prospettiva globale di una delle più affascinanti consuetudini culturali (perché di questo si tratta), un itinerario non solo geografico che ha contribuito a rendere più vicina, in tutte le sue componenti, l'Italia all'Europa e successivamente agli Stati Uniti d'America e ad allargare al resto del mondo la Lima delle bellezze del "giardino d'Europa". Il viaggiatore che viene in Italia è, secondo Brilli, un "pellegrino laico". Lo straniero che percorre l'Italia dalla fine del XVI a tutto il XIX secolo è un pellegrino laico che apre a nuove vie del sapere e che si propone quale tramite di nuove conoscenze, sia che si tratti del filosofo naturale, dello studente, del diplomatico, del mercante, dell'appassionato di antichità o del collezionista d'arte. Così come non esiste Stato o nazione europea i cui giovani delle più influenti famiglie non vengano inviati in Italia ad acquisirvi il tocco finale del processo educativo, non c'è campo del sapere storico e artistico in cui l'Italia non sia stata in grado di trasfondere nei suoi visitatori un'inimitabile lezione come "museo" di forme politiche, come terra della classicità, come irnmemore arcadia o come stimolo al rinnovamento artistico e al mutamento del gusto. Né meno significativo è il fatto che i principali beneficiari del viaggio siano coloro che hanno appena terminato il corso di studi, talcbé si può dire che i giovani europei venivano in Italia per incontrare proprio l'Europa. Dei tanti "viaggiatori stranieri" se ne ricordano qui due che furono anche italiani. ll primo: Byron. Volle l'Italia libera. Da Ravenna scriveva in una lettera a John Murray: «Oggi 18 febbraio 1821 non ho avuto alcun contatto con i miei amici carbonari, ma intanto le stanze al piano di sotto sono piene di baionette, di fucili, di cartucce e quant'altro. Credo che mi abbiano preso per un deposito da sacrificare in caso di necessità». Ma che importa chi viene sacrificato? «Se si pensa che l'Italia potrebbe essere liberata, non conta granché chi viene sacrificato. È un fine grandioso, la vera poesia della politica. Pensaci un attimo: l'Italia libera!!!». Non solo l'Italia, ma anche gli italiani. Byron li scoprì, mentre la maggior parte dei suoi connazionali in viaggio continuava a descriverli attraverso luoghi comuni e del tutto ignorando la situazione politica instabile che stava per mettere al mondo una nuova Italia. «Questi imbecilli», scriveva Byron il 24 aprile 1820 a Murray, «costringeranno anche me a raffazzonare un libro sull'Italia per rinfacciare loro le bugie che hanno stampato». Era l'amore per Teresa, moglie del conte Guiccioli, a muovere Byron, e non le bellezze artistiche e naturali dell'Italia o, se si vuole, l'amore per la bella Teresa gli rendeva più belle anche le bellezze d'Italia. E tramite l'amore Byron entrò nel cuore dell'Italia, cavalcando su e giù per la Romagna, osservando gli italiani da vicino nella loro vita civile, religiosa e familiare. E poté fare una profezia nel suo diario in data 5 gennaio 1821: «Alzato tardi, stanco e intontito, il cielo greve e piovigginoso. Neve per terra e scirocco nell'aria, come ieri. ll fango arriva al ventre dei cavalli, così di cavalcare (almeno per esercizio) nemmeno a parlarne. Sento che sta arrivando la carrozza, bisogna ordinare le pistole e il mantello, come al solito: la temperatura è fredda, la carrozza scoperta e gli abitanti piuttosto selvatici, per lo più traditori ed estremamente eccitabili data la situazione politica. Bravi ragazzi però ottimo materiale per una nazione. Dal caos Dio ha creato un mondo, e dalle passioni violente nasce un popolo». L'altro straniero che si fece italiano è Stendhal, naturalmente. ll 14 marzo 1828 Romain Colomb, cugino di Stendhal, parte da Parigi diretto in Italia. È una mattina imbronciata, ma ai suoi occhi è radiosa come succede a tutti coloro chè si mettono in cammino con il cuore leggero. In tasca ha un fascio di fogli che gli ha dettato il cugino Henri Beyle. E' un itinerario a suo uso e consumo per visitare il Belpaese, in tutto simile al quadernetto redatto anni prima per lo scrittore per la sorella Paolina. Entrambi sarebbero stati pubblicati con il titolo Voyage d'Itulie. Per Stendhal è stato un modo per rivivere, riepiogandolo per soste e stagioni, il lungo, appassionato amore per l'Italia. Solo la grande familiarità con i luoghi, le persone, gli eventi gli ha consentito a ogni sosta e in ogni città di usare amabili forme imperative per indirizzare adeguatamente il cugino. Così quando sarà a Roma dovrà rammentare che in fondo al Colosseo c'è una porta traforata: «Suonare per farsi aprire, si dà un paolo anna specie di eremita e ci si arrampica tra le rovine...», Dopo una mezz'ora a piedi si arriva alle Terme di Caracalia: «Si picchia alla porta come farebbe un sordo, dopo un quarto d'ora si vede arrivare una vecchietta le si dà un paolo e vi mostra i bagni». Le indicazioni non sono vaghe ma precise, non citano ditte anonime, ma uomini e donne in cane e ossa. Perché l'Italia è fatta così. A Roma gli ha consigliato di «andare da Franz, in via Condotti, se non avesse posto andare dalla Giacinta, di fianco alla dogana», oppure a Firenze dovrà «cercare Minchioni, che abita vicino al giardino di Boboli» che è un vetturino di assoluta affidabilità. Così per Genova, Bologna, Napoli. ll viaggio in Italia è anche il viaggio tra gli italiani. Forse, è così anche oggi.
L'Indipendente (Milano)
14 Maggio 2006
Il ritorno del viaggio in Italia
GI
Giancristiano Desiderio
L'Indipendente (Milano)
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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