IN UN anno di vita l'orchestra giovanile Cherubini ha acquistato spessore e credibilità tali da aggiungere impegni e tournée al sempre impegnatissimo Riccardo Muti. Domani l'orchestra giunge a Bari, al teatro Piccinni, per i concerti della Fondazione Petruzzelli (ore 21 info 080.5210878). «E' la realizzazione del pensiero che ho sempre avuto -spiega Riccardo Muti, in viaggio tra Ravenna e Cremona - creare un'orchestra di giovani residenti in Italia e trasferire loro i privilegi che ho avuto. Non è facile imparare a stare in orchestra. In più mi sembrava opportuno colmare certe carenze formative che spesso s'incontrano nella scuola italiana». L'esperienza dell'insegnamento coincide con la fase discendente dell'attività di un grande artista. Lei invece ha pensato ai giovani quand'è ancora all'apice. «Perché per far questo occorrono passione e molte energie. I giovani sono estremamente esigenti. Nella giovinezza c'è un grande senso critico di ciò che si riceve. Io, a dire il vero, ce l'ho sempre avuto e continuo ad averlo ancora adesso, ma è conseguenza della mia caparbietà pugliese. Creare un'orchestra come la Cherubini non è affatto semplice: ci vuole un nome, ci vogliono i concorsi. E noi abbiamo selezionato 600 giovani dei conservatori italiani, con una giuria composta dalle prime parti delle migliori orchestre internazionali». Dal '96 ad oggi questa è la sua quarta volta a Bari in dieci anni. Considerato che la nostra non è certo una realtà d'eccellenza musicale, dobbiamo ritenerci fin troppo fortunati. «Non ci sono diversi modi di fare musica. L'impegno, e soprattutto l'impegno etico del musicista, non devono mai cambiare. Il prodotto artistico resta lo stesso che si suoni di fronte a cinquanta oppure a centinaia di migliaia di spettatori». Nel '96 nella basilica di San Nicola, nel 2001 all'auditorium del Conservatorio Piccinni, lo scorso settembre nella Cattedrale di Trani, lei ha lanciato gli stessi duri appelli. Ma puntualmente non accade nulla e le tocca ripetere tutto daccapo. «C'è uno stato di apatia totale. Nel '96 nella basilica dissi che sarei tornato solo se avessero ricostruito il Petruzzelli. Dopo dieci anni torno e c'è ancora solo il Piccinni. Mi fa piacere suonare in quel teatro; quand'ero studente, a metà degli anni Cinquanta, qui ricordo di aver visto un Otello. Questo teatro è un piccolo gioiello, ma la storia del Petruzzelli resta, per gli osservatori internazionali, un vero scandalo. Fa sensazione che questo scandalo non sia stato avvertito dagli amministratori. Ci saranno delle ragioni locali, certo, ma quale ragione è forte al punto da continuare a perpetrare un simile omicidio culturale? Ormai un'intera generazione di giovani è cresciuta senza un teatro, una generazione costretta a cercare altrove stimoli culturali legati alle opere, ai balletti, ai concerti, alla prosa. Il Petruzzelli è un teatro dalla storia gloriosa, ma noi in Italia non facciamo nulla per difendere la storia della nostra cultura». Aspettando il Petruzzelli si è costituito a Bari il quattordicesimo ente lirico-italiano. «Si fa prima l'esercito, poi si sceglie il capo. Intendo dire che prima si costruisceun teatro, poi si creano coro e orchestra stabili, infine sipensa alle istituzioni». Seppure da lontano riesce a seguire le nostre vicende? «Molto poco». Qualche mese fa si vociferava di contatti presi con lei per coinvolgerla nella Fondazione Petruzzelli. «Questa voce è giunta anche a me ma sono solo fantasie. Non mi è stato mai chiesto nulla e se anche fosse avvenuto non avrei potuto accettare. Ho impegni sino al 2010-2011». Cosa pensa delle conseguenze delle vicende politiche sulle nomine dei soprintendenti, e di come queste possano influenzare la continuità dei progetti artistici? «Nel 73, per una storia di lottizzazione politica, mi dimisi dal Comunale di Firenze, ma rientrai perché tutto il teatro me lo chiese. Oggi purtroppo, sotto forme diverse, siamo tornati a una situazione in cui le persone a capo dei teatri sono estranee al fatto artistico. Spesso si lavora in mezzo a una pletora di consiglieri d'amministrazione e soprintendenti improvvisati. Le grandi istituzioni devono essere affidate a grandi musicisti, affiancati da buoni amministratori. Questi ultimi si occuperanno di far rientrare nei bilanci i costi dell'eccellenza della programmazione, e saranno inoltre i promotori dell'ingresso di sponsor nel finanziamento dell'attività artistica».