Anche se non piace a tutti, il magnate francese ripropone per la città Serenissima una seconda forma di Rinascimento. Chi siamo, dove andiamo Duecento opere d'arte per rispondere a 1000 interrogativi Il francese Francois Pinault è il nuovo signore di Palazzo Grassi a Venezia. Calato il sipario sulla gestione Agnelli, a inaugurare la prestigiosa sede espositiva dopo i lavori di ridefinizione condotti dall'architetto Tadao Ando è una mostra imperniata su duecento opere contemporanee scelte da Alison Gingeras tra le oltre duemila che compongono la sua sterminata collezione. E un approdo in Laguna che si impone senza sfaccettature o compromessi apparenti, una semantica dai cerebrali risvolti celebrativi e barocchi che si rivela subito, appena imboccato io scalone monumentale, dove al mezzanino la vanitas policroma di Piotr Uklanski ci mostra il cranio e l'omero di Pinault. Salvata la struttura e soprattutto assicurata la sua funzione di spazio espositivo, via dunque al nuovo corso con un intervento radicale sugli interni dell'edificio. Eliminati i colori pastello e il lucernario dell'atrio di Gae Aulenti, l'approccio di Tadao Ando è molto più conciso e minimale negli ambienti coniunicanti, nel bianco laccato delle pareti, nel luminoso grigio dei pavimenti. Un grigio che i più spiritosi si sono affrettati a denominare "Pinault gris". La qualità delle opere è molto alta. Mai una caduta di tensione, un errore, una svista. Un rigoroso percorso al massimo dei livelli che si dipana dal milieu artistico del dopoguerra americano fino ai giorni nostri. In un angolo, Him, l'hitlerino folgorato sulla via di Damasco da Maurizio Cattelan, sembra implorare una sbigottita guardasala. Ma forse è lei a essere ipnotizzata da questa tragicomica figurina genuflessa, dagli occhi liquidi spalancati su chissà quali visioni d'Apocalisse o di paradisiache delizie. Poi un salto indietro verso gli anni Cinquanta e Sessanta italiani di Lucio Fontana e Piero Manzoni, di Zorio e Calzolari, lo Spazio-Luce di Francesco Lo Savio. Intanto Jeff Koons, da vera superstar, si fa fotografare in androne, davanti al suo anging art. Notate, all'inaugurazione, dame più o meno intellettuali, celebrità e artisti, collezionisti come il greco Dakis Joannou, Miuccia Prada e Patrizia Sandretto, il tout Paris al gran completo, una triade di mercanti come Larry Gagosian, Jay Jopling, Massimo De Carlo. Pinault saluta i suoi ospiti a uno a uno. Provocazione, bellezza, una fredda grandeur Grand Siècle e il marivaudage mondano si sovrappongono alle immagini sfocate ed evocative di Gerhard Richter. Applausi, sorrisi, sincere congratulazioni. Ma nel generale tripudio si avverte anche qualche dissenso, una fronda di ciàcole sulfuree. Spira come brezza autunnale l'eterno sospetto dei veneziani verso chi venga a turbare la loro dorata quiete di lotofagi. Sui pavimento metallico '60 di Cari Andre emerge quel loro complesso di essere colonizzati, quell'accorato e cinico timore di intrusioni esterne, quello sgomento antidinamico tanto caratteristico della città marciana. Molti si dichiarano soddisfatti altri paventano l'ulteriore discusso allargamento francese verso i Magazzini del Sale, l'occupazione della Punta della Dogana. Per strada, una giovane donna che spinge un carrozzino verso il traghetto di Ca' Garzoni ci sibila tra i denti «andè a casa, Francesi». Semplice fastidio, orgoglio patrio, rigurgito antigiacobino, doloroso riflesso di appartenenza? Chissà. Scorrendo le pagine del passato si ricava l'idea di una Serenissima occhiuta e talvolta chiusa in se stessa, ma altrettanto viva e globalizzata ante litteram, un crogiolo di cultura e suggestioni, Inutile chiudere gli occhi, astrarsi dalla realtà dei fatti e dal muschio putrido di un prassi secolare. La storia non si cancella. Ruggini e ancestrali revanches affiorano di continuo dal limaccioso fondale del tempo. La memoria è labile come non mai, si travisa il senso più intimo degli accadimenti, cavalcando la polemica fine a se stessa. Sarà forse l'ansia della sparizione, l'incapacità del confronto, il senso di vuoto, a incutere oggi tanta paura di rivolgersi oggettivamente al passato? Where are We Going?, l'emblematico titolo in forma di domanda dell'opera di Damien Hirst che dà il nome alla mostra del Grassi, a questo punto assumeva perfino un sapore di sfida, una sfumatura divinatoria. Dove diavolo stiamo andando? E proprio il caso di chiederselo, specie qui, nel ventre della Serenissima. Il contrasto fra il sontuoso autodafè d'arte contemporanea voluto da Franois PInault il 29 aprile scorso e una realtà urbana assai degradata non potrebbe rivelarsi più bruciante. La città è come annichilita da orde turistiche informi, cartacce, pizzerie aI taglio, dall'inarrestabile proliferare di negozi sovracearichi di brutte maschere, vetri dozzinali made in Taiwan. sciarpe da tifoseria calcistica e souvenirs d'ogni genere e forma. Impossibile attraversare il Ponte dell'Accademia, gremito di folla e popolato di una varia umanità da Corte dei Miracoli. Una specie di casbah anonima, caotica, aggressiva e avvilente. Una degenerazione che ha colpito più d'una vittima illustre, prima fra tutte il Negozio Olivetti sulla Platea marciana,commissionato nel 1957 a Carlo Scarpa e divenuto ricettacolo di ciarpame. Ben poche le voci che si sono alzate a difenderlo. Cinismo, distrazione, leggerezza? Giunti a questo punto, che senso possono mai rivestire i cavilli e il puntiglioso accanimento delle Sovrintendenze, peraltro più che giustificato in molti casi? Perché imporre estenuanti prove di colore per gli intonaci esterni - un amico confessa di averne dovute testare ben 14- se si allargano a macchia d'olio orrendi caffè e pizzerie, gehenne di maschere e domino in broccato acrilico, incongrue messe in scena che apparentano JLO e Dracula al Gatto con gli stivali di Perrault? Henry James, ne Il carteggio Aspern, a proposito di Venezia scriveva che la città ha carattere di un immenso appartamento collettivo. Venezia è un luogo fortemente, meravigliosamente pervasivo, dove si è costretti a muoversi a piedi o su lenti vaporetti e natanti. Qui ci si abitua a guardare, l'occhio scorre ovunque, liberamente, legge ogni piega, ogni singolo dettaglio della forma urbana. L'orrore e la mediocrità sono estranei alla fragile essenza di questo luogo inimitabile. Ne Lordano la superficie, ne sfregiano la magia. Ben venga Pinault e quanti come lui vogliano mettere a dimora un seme, quale che sia, tra le acque della Laguna. Venezia appartiene al mondo, è un bene comune a tutti, è semplicemente nell'ordine delle cose. Si impone una necessaria fuga dagli inferi dell'asse Accademia-San Marco verso frontiere più protette dall'assedio. Attraversato il semideserto Campo de l'Anzolo Rafael in direzione della chiesa omonima, si rivela una metafisica quasi padana di mattoni rossi e vecchie fondamente invase d'erba, ci- miniere à la Sironi, sotoporteghi oscuri. Grassi soriani sonnecchiano al sole o ci spiano guardinghi da terrazzini rococò in pietra d'Istria. Allora esiste ancora il silenzio, il sogno, l'anima più vera e profonda della città, quella sensazione dell'altrove che custodisce in sé. La porta della chiesa, naturalmente, è sbarrata. Peccato non noter vedere la cantoria dell'reangelo Raffaele di Giovanni Antonio Guardi. Ma tant'è. Qualcuno diceva di temere i capolavori, anzi, che i capolavori sono addirittura vendicativi. Frugo nei ricordi, ma non riesco a capacitarmi, la memoria non mi aiuta. Ci saranno altre occasioni, altri giorni, altri quadri. In fondo l'infinito - diceva Cesare Brandi - si scrive una volta sola». Affaciato sul Canal Grande, Palazzo Grassi è stato costruito tra il 1748 e il 1772 dai Grassi, ricca famiglia bolognese. Attribuito all'architetto Giorgio Massari, è uno degli ultimi palazzi costruiti a Venezia prima della caduta della Repubblica nel 1797. Di impronta neoclassica, si sviluppa attorno ad un ampio cortile a colonnato, ordinato lungo due assi: il primo, più lungo, conduce dall'ingresso sul canale allo scalone d'onore, decorato con affreschi di Michelangelo Modaiter e Francesco Zanchi, il secondo, perpendicolare, con accessi su Campo San Samuele e sulla adiacente calle Remo Grassi. Venduto dai Grassi nel 1840, ebbe numerosi proprietari - un artista lirico, un pittore, industriali quali Giovanni Stucky e Vittorio Cmi - che, di volta in volta, lo hanno ristrutturato e decorato. Dopo il 1949 ha ospitato il Centro internazionale delle Arti edel Costume. Nel 1978 il palazzo viene destinato alle esposizioni artistiche. La Fiat lo rileva nel 1983: Giovanni Agnelli ne affida l'adeguamento alla sua nuova funzione all'architetto milanese Gae Aulenti e al veneziano Antonio Foscari. Con l'installazione delle indispensabili attrezzature moderne, i progettisti hanno lasciato un segno molto deciso della loro riscrittura.