«Cercavo un pretesto per prolungare il mio soggiorno in quella deliziosa città che è Napoli. Le sue strade, i suoi giardini, i suoi musei, i suoi castelli non avevano più segreti per me. Cosa mi restava da visitare? Le sue chiese! Le avevo snobbate, ritenendole di scarso interesse. Ma dal momento che favorivano le mie intenzioni, immaginai che fossero di estremo interesse. Non sapevo quante fossero: ma, pellegrino audace, mi ripromisi di visitarle tutte.» L'incauto io narrante che parla così si chiama Roger Peyrefitte, scrittore francese scomparso nel 1992, reso famoso dal successo di scandalo di Le amicizie particolari e autore di un libro di vagabondaggi e passeggiate nel Sud appena pubblicato da L'ancora del Mediterraneo: Dal Vesuvio all'Etna (traduzione di Marco Bellini, euro15). Ma come se la cava Peyrefitte con le chiese di Napoli? Ben presto si accorge che l'impresa nella quale si è cacciato è poco meno che pazzesca: arriva a una chiesa indicata sulla guida, ma la trova chiusa; quella a fianco, apre per un'ora al mattino prestissimo; per vedere un certo quadro si può entrare solo di sera, e ovviamente non si vede un bel niente. Ma Peyrefitte non si arrende: «Non arretravo dinanzi a niente». Entra nelle chiese attraverso ospedali e monti di pietà, assilla la sovrintendenza pur di visitare una chiesa pericolante, bussa ai campanelli di parroci e sagrestani e alla fine riesce nel suo scopo: «Mi ci vollero cinque settimane, cosa che non rimpiango. Più dei tesori d'arte che ho scoperto, ho imparato a conoscere meglio, sotto altri aspetti, il cuore, l'animo, l'umanità di Napoli.» E davvero non si sa più cosa invidiare, al turista lento Peyrefitte: la possibilità di indugiare in una città amata inseguendo un ozioso capriccio, l'illusione di leggere un paese straniero attraverso minimi dettagli, o l'aggirarsi per luoghi famosi senza essere spintonato da folle di turisti mordi e fuggi? E man mano che ci si addentra nella lettura di questo libro piacevolmente svagato, si comincia a sentire un mondo che non c'è più, un'Italia perduta che è impossibile non amare. A Capri, a Pompei, a Capo Miseno e dovunque se ne vada in giro, Peyrefitte incontra cose immobilizzate dai secoli eppure vive, personaggi bizzarri e stravaganti non ancora toccati dalla lebbra della televisione, gentilezza delle facce e dei modi in tutte le classi sociali, e un amore per la vita così come è che lascia a bocca aperta. L'Italia meridionale che Peyrefitte visita è quella del dopoguerra, devastata dalla miseria e dai bombardamenti, ma gli appare piena di una strana gioia di vivere che non si lascia opprimere da niente. Certo il suo è lo sguardo privilegiato del viaggiatore sentimentale che fa il grand tour appena un po' in ritardo, e vuole vedere esattamente ciò che vede o crede di vedere, un popolo fuori dalla storia e dalle sue nevrosi: «Il suo sorriso è un tratto del suo coraggio; la sua rassegnazione, un tratto della sua grandezza; la sua fede, un tratto della sua eterna giovinezza. Infatti la fortuna di questo popolo, il più vecchio d'Europa, è di esserne rimasto il più giovane.» Ma quello che dice Peyrefitte è proprio, come sembrerebbe, tutto luogo comune e indulgente sorridere di un borghese sazio che con pochi soldi può farsi una lunga vacanza? Il contrasto con il nostro presente ottusamente lacerato, tumultuoso e febbrile è così grande che viene voglia di rispondere subito di sì: ma non sarebbe vero. Quell'Italia meridionale di consumata civiltà e di naturale disinteresse per l'incubo della Storia è davvero esistita; i silenzi immensi che si sentono echeggiare in Dal Vesuvio all'Etna e in tanti altri libri di viaggio hanno davvero avvolto cose e persone come una grazia o un riparo; il sole è davvero tramontato sulle colonne dei templi e sulle facciate degli uomini senza devastarle. Anzi, il fatto che sia così difficile riconoscerlo per noi che veniamo dopo, è il segno più bruciante di una ferita che non si è rimarginata: quella di una modernità dissennata che non ha saputo risparmiare né spiagge meravigliose né abitudini di felice lentezza, e che oggi dà il colpo di grazia alla superstite bellezza di luoghi e cose in un turismo merciaiolo che promette proprio quel pacifico e salvifico ozio che non è assolutamente più in grado di offrire. In alcune pagine divertenti e amare di Dal Vesuvio all'Etna Peyrefitte racconta la storia del miliardario Vanderbilt che è atteso in un paesino siciliano come un Messia, e del modo in cui il potente turista sfrutta i poveracci del paesino per godersi un tramonto e lasciare in cambio della loro ospitalità solo una risatina di disprezzo: ma il paese reagisce dalla delusione dando una festa improvvisata, e prendendosi quel po' di piacere che può senza più aspettarsi niente dal presunto salvatore. Ma i discendenti di quei siciliani e meridionali hanno ancora in sé la forza allegra di mezzo secolo fa? Il Meridione portatore di una civiltà della lentezza e dell'umanità che Franco Cassano insegue disperatamente nei suoi libri non ha già esalato l'ultimo respiro? Il Sud non si è trasformato già da tempo nello scimpanzé scempiato e obbediente del nord globale e demente che domina la terra? Di certo il mondo sfiorato in Dal Vesuvio all'Etna è ormai una reliquia, e passeggiarci dentro è appena un esercizio della memoria, un invito alla curiosità. Ma l'inquietante domanda che lascia non ha ancora risposte certe: vale davvero molto più di quell'arretratezza passata il progresso di questo presente?