Come tutte le maghe vere Venezia emette segnali spesso inconsapevoli che spetta ai curiosi decifrare. È il caso attuale della concomitanza di due mostre estremamente intriganti, presentate in due palazzi vicini attorno a due personaggi per un certo verso paralleli, Pontus Hulten e Francois Pinault. Tutto sul Canal Grande che, se vi si volesse aggiungere anche l'operosissimo Guggenheim a Ca' de Leoni, diventa sempre di più una sorta di palcoscenico che il mondo internazionale sceglie per presentarsi e rappresentarsi regolarmente mentre la Biennale svolge questo ruolo, lo dice la parola stessa, solo ogni due anni. Bella ipotesi per un destino di Venezia che potrebbe trovarsi un futuro all'altezza delle glorie e dei fasti del suo passato; basterebbe insistere in questa direzione e andare forse oltre ancora. Bello pure se alla recita partecipasse ogni tanto qualche attore indigeno, che in fondo questi italiani non sono poi tanto male e sanno fare anche altro che servire carpaccio e Bellini. Intanto Pontus versus Pinault. L'uno svedese, intellettuale internazionale di cultura francese. L'altro bre-tone, ricco francese di cultura internazionale. Tutti e due esperti di gestione, il primo della cultura visiva con un occhio agli affari, il secondo degli affari con un occhio alla cultura visiva. Il primo in affitto a Palazzo Franchetti, iperdecorato in stile decadenza fine Ottocento, l'altro neo padrone di casa a Palazzo Grassi, ridecorato alla contemporanea minimalista da Tadao Andò. Ognuno con una selezione della sua collezione. Due cartelle clini-che a confronto. Pontus Hulten tiene gli oggetti spesso domestici delle memorie artistiche che hanno accompagnato la sua professione di orga-nizzatore di eventi e di mostre attraverso gli ultimi cin-quant'anni. Partono da alcuni sedimenti storici irrinunciabili per chi era partecipe al dibattito a oltranza d'una Parigi ancora esistenzialista negli anni Cinquanta e Sessanta, i disegni di Ernst e Picabia; raccoglie tedeschi, svede-si e francesi ed è sempre protagonista d'un colloquio paritetico col mondo americano, documentato da alcuni manufatti eccellenti e poetici di Robert Rauschen-berg, spesso così piccoli da essere da scrivania e comunque domestici come l'eccellente piccola opera di Mark Tobey, il grandissimo degli anni Sessanta, di Chicago, ma oggi cancellato dal listine prezzi del mercato per avere tradito New York a favore dell'oriente prima e di Basilea poi. Una raccolta che è uno spaccato di sedimentazioni precise, quelle del neodadaismo nel suo polimorfismo, che va, dalla Pop al Nouveau Réalisme, con una fiducia in se stesso non pedante, un'arroganza leggera e un rispetto militante dei diritti sacri dell'ironia, la quale trova la sua massima espressione sottile in una piccola opera di Ben Vautier che titola più o meno così: non sempre il nuovo e veramente nuovo. Ottima introduzione questa per la mostra del signor Pinault il quale è personaggio innegabilmente a modo e ben educato come ha dato a veder a tutti con 1e bella inaugurazione della sua avventura veneziana. Gli ospiti erano scelti con parametri precisi sia per l'apertura del Palazzo che per la cena, più ridotta, di sole un migliaio di persone, fra le colonne sansoviniane immerse nella laguna dell'Arsenale e illuminate sapientemente con un misto di elettricità e di cere. Accoglieva tutti gli ospiti appena sbarcati da flottiglie di motoscafi stringendo loro sorridente la ma-no. Portava lo smoking alla perfezione al fianco della sua signora dando in fondo una lezione ai nostri compatrioti che tengono a essere formali solo quando chiedono raccomandazioni e vengono alle cene in black tie con la giacca blu o la braga non stirata. Fu servito uno champagne eccellente e un rosso di Bordeaux al suo massimo livello con una nouvelle cuisine forse un po' rallentata dalla sua complicazione, in una scenografia belga alla Magritte dove pendevano direttamente dal cielo degli ibridi fra il cipresso, l'albero di Natale e il fiorellino primaverile. Il signor Pinault settantenne porta ancora i capelli tagliati con la frugalità militare di chi andò volontario nella guerra d'Algeria e li combina con il sorriso garbato di chi è passato dalla segheria alla finanza nel campo dei prodotti di lus so sostando per crescere nella speculazione sullo zucchero ( nelle anticamere di Chirac sindaco di Parigi. Da -anni collezioni arte moderna e contemporanea il suo primo quadro acquistate pare fosse una opera di Sérusier seguita poi da bellissimi dipinti postimpressionisti francesi fine a entrare nei fascini della con temporaneità. E degna d'attenzione l'insicurezza d'un uomo così sicuro, che ha, si dice, convocato a colazione Martial Rai'sse, il guru degli artisti francesi storici che egli finanzia da anni, per scusars: d'averlo escluso da Venezia. Lui che possiede Gucci e Saint Lau-ent, che ha vinto la battaglia d'Inghilterra strappando Chri-stie's agli americani e che si presenta con il meglio della vigna gallica, s'è sottoposto per presentare Palazzo Grassi a una curatrice newyorchese e alla liturgia del mercato minimalista e neo-pop anglosassone, con un piccolo omaggio a quell'Italia dell'arte povera finalmente ammessa nel salotto buono.